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2 giugno 2013 ,

The Veils

TIME STAYS, WE GO

2013 - Pitch Beast Records
[Uscita: 30/04/2013]

veils# CONSIGLIATO DA DISTORSIONI

 

Quarta prova discografica per The Veils, gruppo di incerta origine, a cavallo tra Londra e gli antipodi (la Nuova Zelanda), esattamente come il leader, cantante, polistrumentista e compositore Finn Andrews. Costui è in effetti figlio di Barry Andrews, membro fondatore dei monumentali XTC. Da cotanto padre ha senz’altro ereditato la predisposizione per la musica e i natali britannici, anzi londinesi (Camden Town), e ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza facendo la spola tra la metropoli sul Tamigi e la lontana Auckland, dove vive la madre e dove ha mosso i primi passi nel mondo musicale. A soli sedici anni rieccolo a Londra, con il suo gruppo e un carico di demo tapes. Inizia così, nel lontano 2003, l’avventura di The Veils, indie band non troppo prolifica (quattro album e un paio di EP fino ad ora), che vive del genio e dell’immancabile sregolatezza del suo leader e frontman, di cui sono conosciute le catartiche performance sul palco e che madre natura ha dotato di una voce davvero splendida, dal timbro un po’ nasale, che può ricordare in qualche modo Nick Cave o il Julian Cope epoca “Teardrop Explodes”, ma che rimane assolutamente peculiare.

 

L’avventura di cui si parla qui sopra, purtroppo, non ha riservato solo gloria ai nostri, non a causa del destino cinico e baro, ma dell’alternante livello qualitativo dei loro lavori, che, dopo il picco rappresentato dall’ottimo “Nux Vomica”, ha iniziato a segnare qualche battuta d’arresto, in particolare con il terzo lavoro, “Sun Gangs”. Come spesso accade la critica non si è fatta troppi scrupoli a mettere Finn e i suoi Veils in una sorta di dimenticatoio, ma questo “Time Stays, We Go”, che esce un paio d’anni dopo l’ultimo lavoro, l’EP “Troubles Of The Brain”, ha le caratteristiche per imporsi nuovamente. Le sapienti mani di Bill Price (uno che ha prodotto The Jesus & Mary Chain e The Clash, per dire) tirano fuori il meglio da Finn e dai suoi sodali, per un disco che non rinnega il passato, ma ne prende il meglio aggiungendoci una innegabile crescita. E il disco, infatti colpisce nel segno: lo fa prima di tutto con il the veilsfragoroso “opener” Through The Deep, Dark Wood, cavalcata pop che la voce di Andrews, ai suoi vertici, l’hammond del nuovo arrivato Uberto Rapisardi e un ritornello contagioso rendono epica.

 

Ma anche ciò che segue è assolutamente degno di attenzione: subito dopo il pezzo sopra citato, che è anche il singolo che ha anticipato l’uscita del disco, arriva Train With No Name, meno potente, ma senz’altro coinvolgente, con il suo ritmo davvero “ferroviario” e, ancora, una melodia “catchy”. In Birds, ballata che ci trasporta in volo sulle praterie dell’altro emisfero, compaiono i fiati, Dancing With The Tornado parte con un riff che incolla le cuffie sulle orecchie e attraversa tutta la canzone, mentre Andrews si spolmona sul ritmo incalzante della batteria, The Pearl è una perla di ballata dilatata e atmosferica giocata su non più di due note, un viaggio nelle brughiere neozelandesi, Turn From The Rain è LA canzone pop, con tanto di ukulele e ottoni. Detto che anche gli altri pezzi non citati, dei dieci che compongono la tracklist, sono comunque degni di nota, l’impressione finale è di un lavoro notevole, che gli amanti dell’indie-pop non dovrebbero farsi sfuggire.

Voto: 7.5/10
Luca Sanna

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