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16 giugno 2012 ,

P.I.L.

THIS IS PIL

2012 - PIL Official
[Uscita: 28/05/2012]

This is PIL public-image-ltdSono passati vent’anni. Bisogna risalire al 1992 per ricordarci di "That what is not" già deludente ultimo album di John Lydon e soci. E se vent’anni passano per tutti, i PIL non sfuggono alla regola anche se l’adrenalinico frontman già nello straniante, ma discreto, brano di apertura, mette in atto la dichiarazione d’intenti sbraitando instancabilmente a piè sospinto che loro “sono” i PIL sottintendendone il ritorno. E saranno sicuramente i PIL e saranno sicuramente anche tornati, ma diciamo subito che i frastornanti e deliranti momenti migliori della loro storia non abitano più qui. Tra simpatiche, ma quasi commerciali, atmosfere dub (One Drop) i cantati straziati di Lydon (Terra-Gate), schitarrate sghimbescie (Human) e brani che vorrebbero essere ancora più significativi quali Lollipop Opera e Deeper Water l’album arranca faticosamente tra sonorità vetero post-punk ricercando antichi fasti ormai inarrivabili in un’operina senza la forza e la potenza che i PIL hanno (quasi) sempre in passato dimostrato, perdendosi inoltre in alcune lungaggini che, in un bailamme di suoni che più che contaminare minestronizza, penalizzano gli oltre sessanta minuti di foga declamatoria ed esagitata dell’ormai cinquantaquattrenne leader.

 

Ovviamente una piacevole rimembranza traspare ma senza lasciare il segno in un album in cui si fa fatica a segnalare particolari picchi creativi in una sequela di brani molto simili tra loro anche nel non colpire particolarmente l’ascoltatore. Il protagonista assoluto Lydon, pur coadiuvato degnamente da famosi sconosciuti alcuni dei quali anche PIL del passato: Lu Edmond, chitarra dei Damned, Scott Firth bassista già alle dipendenze di Steve Winwood ed Elvis Costello, e Bruce Smith già con Rip Rig & Panic, Pop Group e The Slits, rimarca il suo egocentrismo con le sue reiterate provocazioni vocali che lasciano un po’ il tempo che trovano in un’atmosfera che più che rabbiosa e scardinante appare piuttosto nostalgica e passatista. Non si riesce a dare un senso e una logica a un album come questo che non si eleva sopra il livello della risaputa aurea mediocrità e di una piacevolezza d’antan che permettono comunque di strappare una sufficienza, benché stiracchiata, al vostro recensore.

 

Un’operazione che non si capisce quanto “sentita” e necessaria ma certamente più dignitosa e valida dell’ incommensurabile tristezza e la pochezza che avvolgono il penoso colpo messo a segno dagli storici ex Keith Levene e Jah Wobble fautori di un Metal Box Tour dove, con al posto di Lydon lo sconosciuto clone di una cover band dei Sex Pistols, ripropongono in toto, l’album, se non migliore, senz’altro più famoso della loro storia. Copertina inusualmente coloratissima con illustrazione dello stesso John “facciotuttoio” Lydon e deluxe edition per il mercato inglese (per ora) con abbinato il DVD di un concerto live a Londra che accosta a una mezza dozzina di brani provenienti da quest’ultima prova, alcuni vecchi classici dei PIL dei momenti migliori.

 

Maurizio Pupi Bracali

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