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28 settembre 2014

Alt-J

THIS IS ALL YOURS

2014 - Infectious-Pias
[Uscita: 22/09/2014]

                                                                                                   Gran Bretagna

altjDopo il successo dell’album di debutto “An Awesome Way” che li indicava come la più promettente band del brit pop, ritorna la giovane band di Leeds, adesso in una dimensione decisamente più impegnativa, con l’esperienza di esaltanti tour mondiali e l’attenzione della stampa su di loro. Un peso e una responsabilità non da poco che ha portato Gwil Saisbury, bassista del gruppo, a decidere di abbandonare il gruppo spossato per la fatica che implica il successo. Ma gli Alt-J non hanno cercato un sostituto, «abbiamo invece cercato di adattarci a questa nuova situazione, ripensare la geometria del gruppo. Ridistribuito il ruolo, riusciamo a suonare il basso con la mano sinistra su una tastiera.». Ma la fuoriuscita del bassista non è stata la sola difficoltà affrontata, infatti alla fine del tour in Russia il cantante Jim Newman ha perduto tutti i suoi appunti per la realizzazione del secondo album, ritardandone così la sua realizzazione. Il problema più grosso era quello di non ricalcare le orme del primo, fortunato disco, ma di evolversi, di mutare mantenendo però quella riconoscibilità che i fan ovviamente avrebbero preteso. Il risultato finale lascia alquanto perplessi, disco non facilmente inquadrabile, irrisolto, probabilmente un passo indietro rispetto alla sorprendente freschezza e personalità dell’esordio.  

 

Newman e compagni sembrano in cerca di una direzione a loro stessi sconosciuta: i Radiohead restano un loro modello di riferimento nelle atmosfere depresse di molti brani, canzoni dedicate ad amori perduti e sofferti, nel cantare strascicato, indolente alla Thom Yorke di Newman, nel ruolo dell’elettronica che determina emotivamente le atmosfere. Ma in “This Is All Yours” gli Alt-J rendono più marcata l’attitudine folk e l’attrazione per il trip hop. E’ proprio da queste due influenze che provengono i brani migliori, il singolo Hunger of the Pine con le sue melodie scure e sonorità profonde su cui si innesta perfettamente il alt j thcampionamento di Miley Cyrus (I’m a female rebel) e l’accavallamento di voce, coro, campionamento crea un effetto sorprendente. Bello anche il cupo incubo di The Gospel of John Hurt sommesso e inquietante, coinvolgente il crescente lirismo sinfonico di Bloodflood pt.II, gradevole il duetto fra Newman e Lianne La Havas in Warm Foothills e il breve intermezzo col flauto bucolico di Garden of England. Invece decisamente irritanti Every Other Freckie troppo sguaiata e orecchiabile per essere una credibile canzone erotica e l’improbabile blues rock scanzonato Left Hand Free?, dichiarata marchetta al mercato americano. Mentre le tre canzoni dedicate alla città giapponese di Nara dove i cervi circolano liberi e selvaggi, assurgendo così a simbolo della libertà dell’individuo, soffrono del modello Radiohead; qualche sbadiglio inevitabilmente scappa, come accade anche per la catatonica Pusher. Un album interlocutorio per un’ottima band - ma la mancanza del basso si sente - con luci e ombre: a volte il successo pesa.

Voto: 6.5/10
Ignazio Gulotta

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