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16 maggio 2012 , ,

Ian Anderson

THICK AS A BRICK 2

2012 - Capitol/EMI
[Uscita: 3/04/2012]

THICK AS A BRICK 2 Jethro Tull's Ian Anderson

# Consigliato con affetto da DISTORSIONI

 

1972. Sono al Liceo Einstein di Torino, è primavera. Il mio amico Beppe arriva col solito eskimo, il solito tascapane dal quale di solito estrae il diario e poco altro che riguardi i nostri studi, che giudichiamo pallosi e di cui non riusciamo a comprendere la finalità (a 14 anni è difficile capire a cosa ti serviranno le maledettissime declinazioni latine, o le equazioni di secondo grado. Riguardo alle prime non ho cambiato idea...), ma nel quale custodisce gelosamente l'amato flauto traverso e dischi vari, molto più interessanti dei manuali di geometria o dell'antologia italiana. Questa volta tira fuori quello che sembra un giornale, ma, a sorpresa, contiene il nuovo LP dei Jethro Tull, “Thick As A Brick”. Un evento, per noi che abbiamo appena imparato a memoria “Aqualung”.

 

Beppe giura e spergiura che si tratti di un capolavoro. E ovviamente lo è, almeno per l'epoca: un unico, lungo pezzo di 44 minuti (su due facciate, of course...), in cui temi diversi si susseguono e si intersecano, fra tempi pluricomposti e una strumentazione ricca, che comprende un quartetto d'archi, xilofono, clavicembalo, liuto, tromba e sassofono, oltre alla classica formazione dei Jethro. Una rottura con il passato, anche, con l'abbandono della forma canzone e delle influenze blues che avevano caratterizzato i lavori precedenti del gruppo. Probabilmente uno dei monumenti di quello che oggi chiamiamo “progressive” e, forse, l'inizio del loro declino.

 

Son passati 41 anni (incredibile, mi sembra ieri). Ian Anderson è un simpatico signore ultrasessantenne, proclamato MBE (Member of the Most Excellent Order Of The British Empire), che continua a far musica più che altro per hobby, visto che è proprietario di alcuni redditizi allevamenti di salmoni nell'Isola di Skye. Più volte, nel tempo che ci separa dai fasti degli anni '70, sono circolate voci sulla volontà di Anderson di dare un seguito a “Thick As A Brick”, magari qualcosa di meglio del non eccezionale “A Passion Play”, che uscì poco tempo dopo.

 

Beh, eccolo qua, pare anche grazie alle insistenze di Derek Shulman, una volta frontman dei Gentle Giant (grandi, ricordate?) e oggi talent scout discografico: sempre un “concept album”, però diviso in 17 pezzi, probabilmente per esigenze di e-commerce, visto che ad ascoltarlo l'effetto è quello di una lunga suite senza soluzione di continuità. Anche stavolta c'è di mezzo un giornale, non più il vecchio St. Cleve's Chronicle, ma un più aggiornato bollettino parrocchiale online. Il titolo è, ovviamente, “Thick As A Brick 2”, sottotitolato “Whatever Happened To Gerald Bostock”. Per i pochi che non lo sanno, Gerald Bostock era il bambino prodigio autore del poema su cui si basava il primo “Thick As A Brick”, soprannominato “Little Milton”. Ovviamente era tutta una finta, che prosegue in questa seconda edizione, in cui si esamina, appunto 'che diavolo sia successo a Gerald Bostock' in questi ultimi quarant'anni.

 

Quello che a noi interessa di più - detto che nel disco per il nostro Gerald si ipotizzano cinque possibili futuri: banchiere, soldato in Afghanistan, homeless omosessuale, predicatore o negoziante dell'altro angolo - è la musica. Non c'è bisogno di lunghe presentazioni, allora: questo è un disco genuinamente “prog”, suona esattamente come ci si aspetterebbe suonasse un disco dei Jethro Tull, anche se, della formazione dell'epoca, resta solo il solito, gigione, Ian Anderson, con la sua splendida voce dalla pronuncia impeccabile, alle prese con il flauto e tutti gli altri mille strumenti dei quali è un virtuoso, circondato comunque da ottimi musicisti. Certo, non è il capolavoro epocale che fu “Thick As A Brick”, ma è sicuramente un ottimo disco, che cresce con gli ascolti, come spesso ci accade con musica di questo genere. Spesso echeggiano richiami al disco del 1972, senza mai far sfigurare le composizioni odierne. Di sicuro è la miglior prova del nostro negli ultimi anni e mi ha fatto venir voglia di andare a vedere se tutto funziona così bene anche dal vivo, qui a Torino, il 31 maggio. Magari ne riparleremo.

Luca Sanna

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