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18 ottobre 2015 , ,

Gary Clark Jr.

THE STORY OF SONNY BOY SLIM

2015 - Warner Bros. Records
[Uscita: 11/09/2015]

Stati Uniti    

 

gary-clark-jr-new-albumGary Clark Jr. è un virtuoso della chitarra. Lo sapevamo già. Un ex enfant prodige, che ha imbracciato lo strumento fin dalla più tenera età, ha debuttato appena adolescente ma è ormai arrivato alla trentina, ha fatto mille esperienze con colleghi e musicisti vari fra i suoi States – è nato ad Austin, la capitale del Texas – e l’Europa, ed è quindi un artista maturo. Adesso, con questo suo nuovo album, “The Story of Sonny Boy Slim”, ha deciso di affrancarsi dalla sudditanza alle majors, per cui ormai lavora a pieno titolo, producendo interamente il disco e scegliendo in prima persona. Ci saremmo aspettati, pertanto, un prodotto di qualità, nel quale le sue straordinarie doti di virtuoso della chitarra, insieme con una buona voce, dotata di una certa forza e dai multiformi colori, venissero messe al servizio di una musica che potesse avere pregnanze e sollecitazioni, che fosse coraggiosa.

The Story of Sonny Boy Slim porta l’ascoltatore ad un gioco di accostamenti e rimandi alla storia del blues e dei suoi derivati fin dalle prime battute. Il suo incipit è una registrazione, antica o anticata non è dato di sapere, che ripropone la voce di un bluesman da strada in un accenno di work-song e quindi riporta alle origini di questo splendido genere musicale, quasi a voler dare a ciò che segue un background culturale. 

 

garySfumata quella voce, il primo brano, il cui titolo sembrerebbe in qualche misura mutuato da Marvin Gaye, The Healing, ha uno sviluppo che punta su raffinatezze e sensualità. Poi, per una buona parte, man mano che si va avanti nell’ascolto, tocca ripassare mentalmente alcuni capitoli della storia della musica nera del Novecento, a cominciare dall’epoca della mitica Stax, la casa discografica che dagli ultimi anni Sessanta ci fece conoscere la straordinaria vicenda del Rhythm & Blues.

Lì sembra di sentire un pezzo dei vecchi Commodores, là una ballad di Percy Sledge, a quel punto cogliamo un buon intervento di organo hammond, in quell’altro ci aspettiamo qualcosa alla Otis Redding. Ora clarkpare che Gary, ricavando dalla sua chitarra quei suoni così allucinati, voglia fare il verso al gigantesco Jimi Hendrix. In Shake il ritmo è quello beat anni Sessanta, fatto apposta per ballare, per agitarsi.

E dire che a tratti Gary Clark Jr. dimostra senza dubbio di essere un mago delle corde, di sapere opportunamente creare il riff giusto, il fantasioso fraseggio, il buon gioco di pedali, con grande padronanza e con rigorosa tecnica. Solo che non tutte e tredici i pezzi sono all’altezza di un tale strumentista, che peraltro ha una voce dolce e ben modulata, e che non disdegna di usare un efficace falsetto. Sembrerebbe che alcune cose siano state messe lì solo per rimpolpare una tracklist altrimenti esigua. Da un artista così ci aspettavamo qualcosa di più.

Voto: 6/10
Nello Pappalardo

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