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8 giugno 2014 ,

Penguin Cafè

THE RED BOOK

2014 - Penguin Cafè
[Uscita: 17/02/2014]

penguin_cafeLa Penguin Cafè Orchestra fu gruppo di culto quant’altri mai, complici un articolo di Riccardo Bertoncelli in cui si favoleggiava una parentela tra il leader Simon Jeffes e Corto Maltese e la difficile reperibilità del primo disco. Poi vennero un relativo successo e la prematura morte del leader. Dopo una pausa circa ventennale è il figlio Arthur (la madre è una scultrice, Emily Young) a riprendere in mano il progetto accorciando il nome del gruppo ma senza cambiare le coordinate musicali, tra neoclassicismo, minimalismo e folk. “The red book” è il secondo disco del rinato ensemble, dopo “A matter of life” del 2011. La nuova formazione comprende ben dieci musicisti, col cui elenco completo non vi tedieremo, che si alternano agli strumenti orchestrali come alle percussioni etniche o all’ukulele, L’iniziale Aurora, con piano e violino a dialogare su un ritmo tenuto soprattutto sui piatti potrebbe appartenere ai Tuxedomoon. Solaris, costruita  a partire da un semplice giro di pianoforte e con arpeggi di chitarre acustiche è più vicina all’eredità paterna. Black Hibiscus, che mescola melodia classiche con frammenti spagnoleggianti ci sembra più banale e strizzante l’occhio al pubblico di massa.

 

Ma possiamo dire che sia l’unico scivolone in un disco gradevole, che riesce a evitare la stucchevolezza che spesso hanno i prodotti del genere, ormai inflazionato. Certo l’effetto sull’ascoltatore non è quello che poteva fare la formazione del padre Simon Jeffes quarant’anni fa, ma sicuramente anche allora ci sarà stato il tuttologo che sentenziava penguin cafècome queste cose le avesse già fatte questo o quel compositore noto solo a lui. Piace una certa positività-allegria del disco, vedi la saltellante Blue Jay, riuscito connubio di corde pizzicate e archi. In qualche brano, vedi Radio Bemba, si corre il rischio cartolina, ma senza inficiare troppo l’ascolto. Vertice dell’album è Catania, che inserisce una chitarra elettrica riverberata che dà un’atmosfera rock in grado di variare le coordinate dell’album. Qui la fusione stilistica è ai massimi livelli, come sul finire del millennio scorso hanno saputo fare Tortoise o Calexico.  Altro momento vicino alle origini il quieto minimalismo di 1420, archi pizzicati e fisarmonica, sa magari un po’ di già sentito ma sempre piacevole. I vertici raggiunti dalla formazione fondata da Simon Jeffes con Helen Liebman e Stevie Nye sono lontani non solo nel tempo, ma anche l’erede Arthur si mostra compositore sensibile e delicato. Disco tutto sommato riuscito, specie nei momenti più intimisti. 

Voto: 7/10
Alfredo Sgarlato

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