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27 dicembre 2016 , ,

Kansas

THE PRELUDE IMPLICIT

2016 - Inside Out
[Uscita: 23/09/2016]

Stati Uniti       #consigliatodadistorsioni   

 

C’era veramente tanto di cui avere paura, in attesa del nuovo Kansas. Come nutrire fiducia e speranza in una band che nel tempo ha perso per strada i due principali compositori, prima Kerry Livgren e poi anche Steve Walsh, oltre a un tratto distintivo del proprio sound come il violinista Robby Steinhardt? Come avere ancora delle aspettative verso una band che negli anni ’70 ha sfornato sei capolavori in quattro anni, dal ’75 al ’79, che per tutti gli ’80 e i ’90 si è barcamenata tra alterne vicende e che non pubblicava più niente di nuovo dall’inizio del millennio?

E invece questo “The Prelude Implicit” spazza via tutte le paure, sorprende e si rivela sicuramente superiore a ogni previsione. Ormai a tenere alta la bandiera della band di Topeka sono rimasti soltanto in due del nucleo fondatore: il mitico “chitarrista con la benda” Rich Williams e Phil Ehart, uno dei batteristi ingiustamente meno ricordati e più sottovalutati della storia, capace sempre di grandi finezze. Accanto a loro, però, ritroviamo due elementi che potremmo definire “quasi-storici”: il bassista Billy Greer, che ormai è nei Kansas da 30 anni (il suo ingresso è con l’album “Power”, del 1986), e il violinista David Ragsdale, che è entrato e uscito a più riprese in questa formazione dai primi anni ’90 a oggi. A completare la line-up, alcuni nuovi acquisti: il cantante e tastierista Ronnie Platt, il tastierista Dave Manion e il chitarrista Zak Rizvi, per un inedito schieramento a sette elementi.

E il risultato di questo spiegamento di forze è proprio bello: non solo il primo album del tutto inedito marchiato Kansas da 16 anni a questa parte, ma di certo il miglior loro lavoro da tempo, certamente superiore al materiale pubblicato con John Elefante nei primi ’80, ma anche molto migliore del discutibilissimo “Somewhere to Elsewhere”. E a tratti persino più convincente di quel tenero gioiellino che era stato “Freak of Nature”.

 

Certo, negli anni il sound dei Kansas si è in parte semplificato (ma nemmeno troppo): non ci sono certo qui i livelli sinfonici di una Journey from Mariabronn o di una Magnum Opus, e nemmeno la potenza sonora della troppo breve fase con Steve Morse. Ma gli ingredienti per soddisfare i fan ci sono tutti, a cominciare dalla meravigliosa prestazione vocale di Platt, a tratti somigliante al Walsh degli anni d’oro in modo impressionante, tanto da spingere a più riprese l’ascoltatore a esclamare: ma “sembrano” davvero i Kansas! E non quel pallido auto-tributo che in tanti temevano. Il riff su tempo dispari di Visibility Zero evoca le sonorità del primo album molto da vicino, il valzer The Unsung Heroes raccoglie le atmosfere di Hopelessy Human per poi trasformarsi in una delicata vintage ballad di gusto squisitamente americano, Rhythm in the Spirit porta di colpo il sound su un hard rock molto attuale (ma con alcuni stacchi che fanno pensare alla loro classicissima Portrait/He Knew), Refugee è una ballad meravigliosa, che il 90% dei gruppi metal, AOR e prog si venderebbero l’anima al diavolo per sapere scrivere qualcosa di almeno blandamente avvicinabile, la monumentale Voyage of the Eight Eighteen spinge tantissimo sul pedale del prog dei primi tre album della band. E in tutto questo turbinio di emozioni c’è posto anche per uno strumentale perfettamente composto e arrangiato: Section 60Un disco che purtroppo nel cuore dei fan e del pubblico in generale non lascerà il segno che meriterebbe, offuscato dalla memoria dei tanti capolavori del passato sfornati dalla band. E questo è un vero peccato. 

 

Voto: 9/10
Alberto Sgarlato

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