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1 ottobre 2016 , ,

Free Nelson MandoomJazz

THE ORGAN GRINDER

2016 - RareNoise Records
[Uscita: 30/09/2016]

Scozia   #consigliatodadistorsioni    

 

free nelson mandoomjazzIl trio scozzese Free Nelson Mandoomjazz nei precedenti lavori ci aveva resi adusi a fare i conti con lo specialissimo cenotafio barocco risputato dalla band dopo avere ingollato quintali di Sun Ra in salsa Pentagram. In particolare con “Awakening of a Capital” si era arrivati alla perfezione dell’agglutinazione tra Free Jazz e Doom Metal nella quale consiste la ricetta musicale della quale Free Nelson Mandoomjazz è splendido interprete.

Tuttavia con questo nuovo lavoro, “The Organ Grinder”, il trio impone una torsione destabilizzante alla struttura compositiva compiutamente tornita nei lavori precedenti. Se la delicatezza melodica rendeva volatile la cupezza dello spleen sonoro prodotto dai sassofoni di Rebecca Sneddon (nella foto sotto a destra), qui si brutalizza il registro attraverso la perversione del tratto armonico umbratile dominante. Per dirla in altro modo si può, con buona pace dei press kit, affermare che il passaggio in ogni senso decisivo di questo Organ Grinder sia la sostituzione, nei colori compositivi dominanti, dei Tiamat ai più canonici Black Sabbath. Valga quest’ultima affermazione come inquadramento icastico del nuovo corso di Free Nelson Mandoomjazz che se da una parte, come detto, occhieggia verso gli anni ‘90 alla ricerca di spleen più sgargianti, dall’altro amplifica la componente jazz con la partecipazione a forte impatto timbrico del trombettista Luc Klein e del trombonista Patrick Darley.

 

A dimostrazione di questa nuova attitudine si ascolti, solo come esempio, l’interpretazione del classico Calcutta Cutie nella quale i cupissimi scoti accanto al pezzo originario sembrano fischiettare a memoria l’ossessiva spossatezza dei My Dying Bride di “The Angel free_nelson_mandoomjazz_media_gallery_resand the Dark River”. L’anima più sbarazzinamente jazzistica la ritroviamo invece in You are Old Father Williams con il basso di Colin Stewart a moderare i colpo su colpo di conversazione stizzita di tromba e sax. Qui come altrove la ferocia non manca e in alcuni casi si incardina in un nero impianto doom sul quale i colpi di rullante di Paul Archibald sono presagi di paure senza contenuto, o meglio in cui il timore è il suo stesso oggetto.

Una paura il cui contenuto è il timore stesso, questa è la definizione del panico ed è quello che sembrano cogliere Open the Gate e Bicicle Day nel loro procedere da una apprensione all’altra. All’interno del solco della continuità con i lavori precedenti si situa anche Inferno PT. 1, una vera e propria nevrosi in forma sonora distorta; solco seguito anche dalla conclusiva Om nella quale la tavolozza oscura della band si compone di rebeccanuove desolanti possibilità grazie alla ottima presenza all’organo del batterista della band Paul Archibald il quale si fregia anche del titolo di pianista in Shapeshifter.

Non esagereremo nel definire questo l’album della svolta all’interno di ciò che può essere definita come la New Wave del Dark Jazz contemporaneo. Gli ingredienti ci sono   tutti per individuare l’apertura di una fase a sé stante nel divenire della musica contemporanea: una maturità compositiva finalmente raggiunta, una meria sonora rintracciabile (il disco è stato registrato magistralmente presso la leggendaria Reid Hall di Edimburgo), una presenza compositiva caratterizzata da tratti ben definiti e replicabili, la presenza di una scena internazionale dotata di una sensibilità comune e la nascita di un pubblico definito da quest’ultima. Kant applaude.

 

Voto: 8/10
Luca Gori

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