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12 aprile 2012 , ,

Cowboy Junkies

THE NOMAD SERIES VOL.IV:THE WILDERNESS

2012 - Latent/Proper
[Uscita: 27/03/2012]

cowboy junkies THE NOMAD SERIES VOL.IV:THE WILDERNESS# Raccomandato da DISTORSIONI

Volume quarto e conclusivo della "Nomad series" che ha impegnato il gruppo canadese dei fratelli Timmins negli ultimi 18 mesi di attività: dopo il precedente, struggente omaggio all’immenso Vic Chesnutt, i Cowboy Junkies tornano ad un’opera costituita tutta da composizioni originali, ma senza gli sperimentalismi dei primi due episodi, donandoci un’altra perla delicata e malinconica in linea con la loro precedente produzione. E quello che ci fa amare la band di Toronto qui lo ritroviamo nella sua incantevole magia come la voce calda e sensuale di Margo Timmins, che ci avvolge e ci riscalda il cuore, come un buon cognac bevuto davanti al camino in una fredda e uggiosa serata invernale. Ogni volta che ascoltiamo un nuovo disco dei Cowboy Junkies è, almeno per chi ama la loro musica, come incontrare dei vecchi amici, di quelli che sanno parlare al tuo cuore, che sanno toccare le note più intime del tuo animo, quelli con i quali non hai bisogno di molte parole per comprendervi reciprocamente.

 

 “The Wilderness” è un disco dedicato al tema della solitudine, del deserto, ma non il deserto caldo e arido del Sud, ma quello ghiacciato e plumbeo delle lunghe notti delle terre nordiche, quando il buio profondo, il silenzio, il freddo ti penetrano fin nel profondo. I paesaggi evocati, che siano gli esterni e infiniti spazi innevati o i fumosi bar rifugio dal gelo, fanno da cornice a una riflessione sulla solitudine, il passare del tempo, il confronto generazionale, la morte, l’amore che passa e ci svelano un aspetto dell’anima della gente del Nord, quello che tende alla nostalgia e alla malinconia. Non a caso l’ultima canzone dell’album, che non a caso ha un titolo forte e battagliero, Fuck I Hate The Cold, è un grido di rabbia e  ribellione contro il gelo, reale e metaforico, che avvolge l’esistenza, allora si accendono le chitarre elettriche, il suono si fa più grintoso, quasi a riscattare le atmosfere grigie e nebbiose, il suono lento e intimista, al limite dello slow core, dei precedenti nove brani, fra i quali non è facile scegliere il più bello, anche se una preferenza è impossibile negarla per Angels In The Darkness, con il delicato e fragile pizzicare della chitarra di Michael Timmins e con la voce struggente e ammaliante di Margo. Certo nulla di nuovo sotto il sole, ma forse è proprio questo quello che gli estimatori chiedono ai Cowboy Junkies.

 

Ignazio Gulotta
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