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10 settembre 2018 , ,

Uniform

THE LONG WALK

2018 - Sacred Bones Records
[Uscita: 17/08/2018]

Stati Uniti

 

uniformSe è vero che non tutte le proverbiali ciambelle riescono col buco è allo stesso modo vero che un buco senza ciambella non è pensabile. E questo nuovo lavoro della premiata ditta Michael Berdan e Ben Greenberg invece è esattamente così, il vuoto senza ciambella intorno. E se qualcuno, tra cui il sottoscritto, aveva gridato al miracolo sia per il gran colpo rancoroso che è “Wake In Fright” che per il plumbeo incedere della collaborazione con The Body, dovrà purtroppo tornare a casa con le pive nel sacco. The Long Walk” non solo non rappresenta quella rinascita meticcia dei generi estremi che sembrava portare fuori dalla secca la nave di generi arenati e moribondi, dal noise al doom, ma non si discosta di un millimetro dal minimo sindacale richiesto ad un prodotto che si autodefinisce creativo. E pensare che a cedere alla narrazione Uniform era stato anche quella volpe di lungo corso della scintilla compositiva, quel David Lynch che li aveva voluti per l’impresa dell’ultimo “Twin Peaks” con due dei loro lavori. In particolar modo gli Uniform deludono nella produzione di quella cortina di pensiero musicale frastornante che ci aveva fatto invaghire nei lavori precedenti e che qui (basti pensare a Found)  diviene una poltiglia inestricabile di rumore indistinto e scriteriato.

Tutto il disco risente di una propensione per un regime totalitario in cui l’overdrive è sovrano e nega qualsiasi altra onda sonora o timbro acustico. Le cose vanno meglio quando i nostri provano in The Walk a fare tesoro dell’esperienza con The Body e con uniun’attitudine apocalittica nella quale si muovono con un certo agio. Molto meno convincenti invece le forzature hardcore diffuse nell’attitudine generale del disco ma ben riconoscibili nella conclusiva Peaceable Kingdom, nella quale il lamento è indistinguibile dalla violenza, la composizione dal caso, la voce dal plafond più monocorde. Le ulteriori tracce non aggiungono e non tolgono nulla a quanto detto e anzi acuiscono il senso di frustrazione per una gioia troppo presto soffocata e forse per l’amor proprio ferito da un errore di valutazione tanto grossolano. Un duro colpo per le illusioni di chi ha creduto nella rivincita al mainstream dell’attentato sonoro a base di chitarra distorta e a una rinascita della distruzione creatrice dell’impatto sonoro.

 

Voto: 5,5/10
Luca Gori

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