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30 giugno 2016

Anderson-Stolt

THE INVENTION OF KNOWLEDGE

2016 - Inside Out Music
[Uscita: 24/06/2016]

Svezia-Inghilterra

 

andersonstoltLo svedese Roine Stolt è sempre stato un perfetto “manierista”, nel senso letterale di colui che lavora “alla maniera di…”. Il suo manifesto manierista fu “Retropolis”, album dei Flower Kings nel quale esplorava, nelle varie tracce, vari aspetti del prog-rock: dal lungo strumentale canterburiano che dava il titolo all’album, agli ammiccamenti yesseggianti di There is more to this world, al jazz-rock esotico alla Gong di The meltin’ pot fino al “ritorno a casa”, tra Genesis e Pink Floyd, di The road back home.

Manierista era il suo progetto solista “Wall street voodoo”, nel quale omaggiava (in maniera a dire il vero un po’ troppo pettinata e forse poco sincera) i suoi miti blues, da Clapton a Hendrix, fino a Robben Ford; manierista fu uno dei suoi innumerevoli gruppi paralleli, gli Agents of Mercy, che sovente sfioravano il plagio nei confronti dei Genesis. Ma questa volta Stolt ha voluto giocare duro: se negli Agents si era procurato l’ottimo cantante Nad Sylvan, talmente in perfetto equilibrio tra il primo Gabriel e Collins da essere poi reclutato da Steve Hackett per i suoi molti tour della serie “Genesis Revisited”, questa volta ha voluto fare ancora di più. E quindi, il chitarrista svedese, per il suo doveroso omaggio agli Yes (e prima o poi doveva arrivare), ha voluto con sé l’ex uomo-simbolo di questa band, Jon Anderson in persona che, a detta di Stolt, ha dato un significativo contributo all’opera in fase compositiva. 

 

jonEsce così questo The invention of knowledge, dove il chitarrista ha reclutato alcuni tra i migliori musicisti della piazza; tra i tantissimi nomi che si avvicendano nelle tracce spiccano i tastieristi Lalle Larsson (già con Stolt nei già citati Agents of Mercy) e Tom Brislin (già collaboratore con gli Yes per un breve periodo, ma anche con Camel e Meat Loaf), il richiestissimo bassista Jonas Reingold (Kaipa, Tangent, Flower Kings, Karmakanic, Agents of Mercy) e, persino, il ritorno in sala di registrazione del primo bassista dei Flower Kings, Michael StoltPeccato che, in tanta musica così straordinariamente suonata (ben 65 minuti), non ci sia un tema, una melodia, manco un breve momento che si faccia ricordare, amare, persino canticchiare, come si fecero amare una Roundabout, una And you and I, una AwakenSiamo al contrario di fronte a una copia-carbone delle opere più dilatate e meno ispirate (e ce ne furono! Perché nasconderlo?) degli Yes più virtuosistici e autocompiaciuti.

Pochi momenti capaci di regalare un brivido di emozione, della durata di pochi secondi, si perdono in un polpettone nel quale sono di più la noia e gli sbadigli che le soddisfazioni. Se due così grandi montagne del prog avessero partorito un topolino forse sarebbe stato già una creatura più tenera e apprezzabile di questo goffo mostriciattolo. E non basta la sempre incantevole, fiabesca, commovente voce del biancovestito Anderson se non è supportata da composizioni all’altezza. 

 

Voto: 4/10
Alberto Sgarlato

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