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21 novembre 2014 ,

Steve Rothery

The ghosts of Pripyat

2014 - SRM/Steve Rothery Music
[Uscita: 22/09/2014]

Inghilterra- Italia-Singapore                                           # Consigliato da Distorsioni

rotheryE così, finalmente, Steve Rothery, chitarrista dei Marillion, ha coronato un sogno che cullava da circa 30 anni, dai tempi dell’uscita del multimiliardario album "Misplaced Childhood" del 1985: quello di realizzare un album come solista. A far scattare la scintilla è stato il fatto di vedersi invitato a un festival interamente dedicato alla chitarra a Plovdiv, in Bulgaria. Stuzzicato da questa circostanza così atipica, Rothery ha rispolverato quei temi, quegli arpeggi, quegli assoli che giacevano in un cassetto da decenni e ha messo insieme una band, costituita da un altro chitarrista, Dave Foster, dal bassista Yatim Halimi e dal batterista Leon Parr. Un embrione dei brani destinati a confluire nel suo debut-album era già da diversi mesi ascoltabile nel "Live in Plovdiv". Ma Rothery voleva un lavoro realizzato per bene, in uno studio di registrazione, e così ha avviato un crowdfunding che si è rivelato ben più prezioso del previsto: partito con una richiesta di 15.000 sterline, ha abbondantemente superato in pochi giorni la cifra prefissata, sfiorando le 60.000! Ciò è stato ampiamente sufficiente al chitarrista inglese per gestire l’intero progetto sotto forma di totale autoproduzione. Nelle date italiane di anticipazione dell’album, Steve Rothery si è trovato a dividere il palco con le RanestRane, band romana di progressive rock con cui il chitarrista dei Marillion aveva già collaborato prestando un paio di ispiratissimi assoli di chitarra per il loro concept-album dedicato a "2001: A Space Odissey". I concerti in Italia sono stati l’opportunità per realizzare delle covers live del repertorio dei Marillion con alcuni elementi delle RanestRane sul palco con la Steve Rothery Band e così il nostro chitarrista ha trovato il tassello mancante del suo puzzle: il tastierista Riccardo Romano è entrato a far parte del gruppo. Purtroppo, però, al suo arrivo, il materiale destinato all’album era già stato quasi totalmente definito, per cui Romano non ha potuto prendere parte alla composizione e la sua presenza nelle varie tracce è ridotta a piccoli tocchi di ghiottissimo “condimento”; un vero peccato, perché il tastierista delle RanestrRane è un musicista davvero eccellente, dotato di grande tecnica, molto gusto e grande ricerca sui suoni, ed avrebbe meritato più spazio. 

 

steverotherybandNon resta che sperare in un capitolo successivo della Steve Rothery Band con un maggior coinvolgimento di questo nostro “orgoglio nazionale”. Venendo al disco: è innegabile che Steve Rothery sia sempre stato, nelle “due vite” dei Marillion (la fase con Fish e quella con Hogarth) l’elemento di spicco della band. Ma chi si aspetta un disco di potenziali basi dei Marillion private della voce, resterà molto piacevolmente spiazzato. Questo album totalmente strumentale risulta vario, eclettico, mai noioso: se è vero che non mancano momenti di sincera devozione verso i Pink Floyd, idoli mai steverotheryrinnegati di questo chitarrista, come nelle intro di Morpheus e di White Pass, lo è altrettanto che nei brani che formano il CD, tutti decisamente lunghi, può succedere ogni cosa, e i cambiamenti e le evoluzioni sono imprevedibili: la già citata White Pass, ad esempio, dopo quell’intro debitrice verso le lezioni di Gilmour, passa a un tempo su ritmiche “spazzolate” che ricorda le composizioni più fusion di Pat Metheny e Lyle Mays, ma cresce in modo robusto, fino a un epico finale sorretto da un riff di sapore quasi metal-prog. Vero capolavoro dell’album è Kendris, che spazia tra atmosfere world-music tra l’Oriente e le Highlands, con vivaci ritmiche tribali molto alla Peter Gabriel. Altri momenti memorabili sono Old man of the sea, 12 minuti di numeri chitarristici di alta scuola, e Yesterday’s hero, forse l’unico vero momento assimilabile per atmosfere alla produzione dei Marillion dell’era-Hogarth, con un finale da brividi fatto di schitarrate dal gusto molto “folksy”. Insomma, un album che è un vero e proprio “festival della chitarra”, grazie anche alla presenza di due ospiti di gran lusso come Steve Hackett e Steven Wilson.

 

Voto: 8/10
Alberto Sgarlato

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