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27 maggio 2016 ,

Katatonia

THE FALL OF HEARTS

2016 - Peaceville Records
[Uscita: 20/05/2016]

Svezia  #consigliatodadistorsioni  

 

Katatonia-Fall-Of-Hearts-2016Sbalorditivi, mozzafiato, unici, dopo un quarto di secolo esatto di attività e giunti all’undicesimo album in studio, gli svedesi Katatonia si reinventano ancora una volta. E forse, a questo giro, lo fanno nel migliore dei modi. Così, tanto per fare un esempio, in quel meraviglioso scrigno di delizie che era il cofanetto antologico “The black sessions”, di poco più di una decina di anni fa, trovavamo già una band matura, profonda, che sembrava essersi in gran parte allontanata dai suoni granitici del doom metal e che suonava come suonerebbero The Cure se nascessero oggi, nel nuovo millennio. I riffs di chitarra cedevano il posto ad arpeggi complessi, la voce evocava sovente quella di Robert Smith, i costrutti melodici erano diretti e immediati.

Per questo loro percorso di costante crescita qualcuno aveva parlato persino di prog-rock, per il dilatarsi delle composizioni e per certe atmosfere che ricordavano non poco le produzioni dell’etichetta wilsoniana KScope (come ignorare, del resto, le collaborazioni dei Katatonia con Mikael Akerfeldt degli Opeth?); qualcuno parlava di post-rock per la rarefazione del sound, o di math-rock per la complessità data dall’intrecciarsi degli arpeggi chitarristici. 

 

Questo loro percorso è andato affinandosi anno dopo anno, disco dopo disco, fino a coronare una sorta di compimento in questo ottimo The fall of hearts. I suoni sono maestosi, le tastiere decisamente molto presenti e dense di lirismo sinfonico. In Old heart katatoniafalls, forse il vertice creativo del disco, fanno capolino persino un mellotron e un piano elettrico, a testimoniare la volontà della band di creare un ponte tra la loro musica, che suona sorprendentemente attualissima, e il passato. Epici tappeti di mellotron ritornano nella meravigliosa Decima sotto forma di archi e in Sanction (uno dei momenti più duri come sound) sotto forma di cori.

La voce di Jonas Renske (unico componente storico rimasto, assieme al chitarrista Anders Nystrom), a tratti, evoca sensazioni persino gabrieliane, mentre in alcuni momenti oscilla a cavallo tra due giganti del new-prog come John Mitchell (Lonely Robot, Kino, It Bites, Arena) e Mariusz Duda (Riverside, Lunatic Soul). Le chitarre tornano di nuovo a indurirsi in modo granitico portfolio2016-katatoniae le finezze di doppia cassa della batteria ci ricordano i trascorsi metal, lontani ma non troppo, dei primi album.

Se gli Opeth degli ultimi due dischi, “Heritage” e “Pale communion” hanno tentato una chiara svolta vintage, devota e a tratti fin troppo citazionista, i massicci Katatonia sembrano riusciti in modo ben più saggio ed equilibrato a disegnare uno splendido mosaico che, tra schegge del loro passato remoto e recente e perle del loro presente, traccia la strada per un luminoso futuro.

 

Voto: 8/10
Alberto Sgarlato

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