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7 marzo 2015

The Black Ryder

THE DOOR BEHIND THE DOOR

2015 - The Anti-Machine Machine
[Uscita: 24/02/2015]

Australia  #consigliatodadistorsioni  

  

The Black Ryder - The Door Behind The DoorI semi provenienti dal precedente ensemble, Morning After Girls, non sono cresciuti nel nuovo progetto di Scott Von Ryper e Aimee Nash. Se la vecchia band tradiva reminiscenze Black Rebel Motorcicle qui, dovendo fornire le necessarie coordinate di orientamento, siamo in ambiente esoterico: Kendra Smith al suo meglio, dopo aver recitato rosari  nella chiesa della Catena di Maria, prima di avventurarsi in territorio This Mortal Coil. Si tratta del secondo lavoro del duo aussie, che segue l'interessante “Buy The Ticket, Take The Ride”, uscito nel 2009 e già oggetto di culto nel mercato dei collezionisti. L'amore dei due poli strumentisti per i ritmi eterei, lenti ed ovattati sfocia in un mare di quiete apparente, dove le note solenni sono simili alle sottili increspature dell'acqua nel loro moto di maree perpetue. Flusso di coscienza sospinto dalla dolce e lieve brezza marina, composta da nove  canzoni approntate come unica suite, movimenti di luce nera, accecante, diretta al profondo dei nostri cuori per suggerire vie di fuga e/o consapevolezza alle nostre esistenze. Il centro filosofico dell'album è la rivelazione di ciò che ci attende sulla punta delle nostre forchette, rinnovato pasto nudo che, una volta scoperto, ci suggerisce, in  un processo quasi maieutico, gli strumenti per tentare la salvezza delle nostre anime. Le chitarre sono prevalentemente acustiche o gentilmente elettrificate, ma anche quando si irrobustiscono, fino alla deriva shoegazey, non sono mai invadenti e non irridono gli altri strumenti. Le percussioni sono contenute ed il basso  parsimonioso,  sensazione ancestrale, ipotesi pulsante minimale di contrappunto interlocutorio.

 

E' la musica che potrebbe ascoltare Ben, del “Il Laureato”, mentre, inquieto e beato, se ne sta sul materassino a cercare di perdersi nella piscina, durante il  graduate party organizzato dai genitori in suo onore, se solo avesse  un iPod con lo schermo bianco e nero. Sogno confuso di nebbia minimalista, ma intensa, pura magnificenza sporcata con accenni di vangelo e cori gospel/errabondi, per concessione di cori sublimi ed arrangiamenti arditi. Tessitura a volte mono tona (ma mai monotona) alla blackricerca della ripetitività estatica, dove le dita esplorano solo pochi centimetri di tastiera, attingendo da una tavolozza cromatica contenuta. Sorta di viaggio in cui, dove termina una traccia, potrebbe aprirsi una porta per l'ascensione, oppure per la discesa, nella migliore tradizione impressionista. Il titolo dell'opera è richiamo alle sacre scritture a ricordarci colui che spese una vita intera a cercare di attraversare il fiume, per poi scoprire che, dall'altra parte, c'era un nuovo fiume da attraversare ed interpretare, col quale convivere, dove nuotare, oppure affogare. Esperienza strappalacrime, con cuori gonfi d'amore, ma gli ascoltatori vedranno la luce prima che l'ultima porta si chiuda, avvicinandosi pericolosamente alla beatitudine shoegaze di impossibile perfezione. Babylon apre le danze in maniera funerea,  strumentale dichiarazione di  intenti gotici, con chitarra distorta in loop a sferzare le percussioni trattate sinteticamente.

 

Seventh Moon si apre con una batteria che insiste sui piatti. Sono sussurri languidi, su tappeti di synths, che ricordano Cocteau Twins, ma anche la classe di Alan Vega/Suicide nei suoi momenti più romantici, per terminare in un crescendo corale ed eroico. The Going up Was Worth the Coming Down sono vortici rivolti all’interno dell’animo umano, contrappuntati da note misteriose di chitarra, che rimbalzano su cori gassosi/paradisiaci con la voce di Scott, di convincente autorevolezza, a scontrarsi con l'unica batteriaciao ingombrante del disco. Inflessioni simil country  conducono nel viaggio interstellare, buco nero di dolcezza, sorta di esorcismo rinfrancante. In Let Me Be Your Light fa capolino un basso impercettibile, ma è solo uno specchietto per allodole su cui si innestano, prontamente, cascate di note di chitarra indolenti e raffinate. La voce di Aimee, sussurrata, è un lento rimestare di urgenze psych, a galleggiare su un mare indistinto e vorticoso. I cori diventano più insistenti verso la fine, quasi a cercare il drone, carezza verso beatitudine minimalista, ma potente, ed è troppo tardi, rallenta nuovamente fino a placarsi confluendo nell'infinita dolcezza oscura, cifra stilistica dell’album, in un turbinio di campane distorte il lontananza. In Santaria La voce di Von Ryper segue delicati accordi di velluto Psycocandy/Just Like Honey, per narrarci del conflitto la cui amata preferisce stonarsi che cadere preda dell’amore. La traccia combina la sua deriva, voce echoey, con una sottofondo jangley moderno, aprendo la possibilità di un vivace e colorata canzone a contrastare la foschia passiva che sta dietro la porta. Regna ancora il minimalismo per sei minuti di magnificenza, con le armonie chitarristiche crescenti/decrescenti di  riverbero discreto.

 

Throwing Stones si apre con grappoli di accordi acustici, bluesy, vagamente elettrificati, à la David Gilmour/Whish You Were Here, a disegnare il cuscino su cui adagiare la voce risoluta di Aimee che, accompagnata da tastiere finto ecclesiastiche, rincorse da una chitarra elettricamente semplice, sfocia in un coro gospel esplosivo, screamedelico e salvifico, con le linee edificanti. “Let your love shine on if you want to keep it together/Let MI0003822436your love shine on if you want to be free”. All That We Are  sublima una tessitura sintetica a costituire la base per accordi di chitarra sognanti e ripetitivi. Until the Calm of Dawn: apertura con un effetto sonoro baby-giocattolo immediatamente trasformato in quartetto d'archi sintetici a giocare con abbandonate note sulle quali si inerpica una linea vocale da effetto radio/statico. La canzone incede con voci robotiche e accompagnamento discreto, che entusiasma per  contenuto melodico e lirico. Contiene tutti gli ingredienti per una traccia emotiva, mescolando in modo corretto ed intenso gli strumenti coinvolti. Tintinna dolcemente a rievocare fiabe gotiche. (Le Dernier Sommeil) The Final Sleep quasi riparte con il quartetto del brano precedente, per  mutare in drone per il resto della traccia, tenendo l’ascoltatore in ostaggio, sospeso in un luogo senza ritmo e glaciale, a contrastare  il tepore di sentimenti nascosti evocati precedentemente. Giusta chill-out room per il cervello stimolato, sollecitato e provato dalla profonda esperienza fuori dal corpo dei brani precedenti, sembra, a tratti, una outtake della seconda facciata di Low/David Bowie con punte di misticismo agnostico. Se gli concederete una chance il suono Black Ryder vi ipnotizzerà piacevolmente.

Voto: 8/10
Francesco Belli

foto 2: di Kristin Cofer 

 

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