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12 marzo 2014 ,

Joan As A Police Woman

THE CLASSIC

2014 - Pias
[Uscita: 10/03/2014]

JOAN AS A POLICE WOMAN – The Classic# Consigliato da DISTORSIONI

 

Il processo attuato da Joan Wasser per liberarsi dai suoi fantasmi era già stato avviato col precedente “The Deep Field”. In quel disco una decisa virata verso un songwriting più solare ed aperto, in una parola più soul, aveva permesso l’inizio dell’affrancamento da una scrittura che avrebbe rischiato di renderla indelebilmente marchiata come viscerale autrice di dolorose torch songs. La metabolizzazione di perdite gravissime come quella della madre e dell’amato Jeff Buckley ha richiesto molta fatica e soprattutto moltissimo tempo. Non a caso nei primi dischi da solista, i magnifici “Real Life” e “To Survive”, comparvero quasi a offrire prezioso sostegno amici come Rufus Wainwright, David Sylvian e Antony, mentre qui gli ospiti sono quasi del tutto assenti, a dimostrazione che il periodo buio è stato completamente superato. In realtà un paio di ospiti compaiono nella deliziosa title-track: Joseph Arthur e Reggie Watt col suo beat box aiutano a rendere irresistibile una semplicissima canzone confezionata in perfetto stile doo-wop.

 

 

Il disco è forte di una produzione sontuosa e di sonorità molto sofisticate anche se non sempre tutto sembra funzionare a dovere. Ci sono alcuni brani dove la scrittura sembra incepparsi, col risultato che la conclusiva Ask Me con la sua banale ritmica in levare appare poco significativa e completamente estranea dal contesto, mentre New Year’s Day soffre di un andamento rutilante, di un arrangiamento troppo elaborato e di eccessiva lunghezza. Questo ultimo aspetto è altrove a vantaggio delle canzoni tanto che i sette minuti che formano Good Together sono tra i migliori mai usciti dalla penna della newyorkese. Il finale quasi noise di questa canzone sfocia nella grande eleganza di Get Direct e la sequenza dei due brani crea un binomio praticamente perfetto per contrasto e sofisticatezza. La matrice black caratterizza fortemente il lavoro e trova i suoi vertici nel blue-eyed-funk di Shame che sembra uscito dalla penna dei troppo presto dimenticati Daryll Hall e John Oates, nell’iniziale Witness brano di notevole complessità che presenta una magnifica ritmica spezzata, un organo in bella evidenza e un riff di fiati alla Allen Toussaint, e soprattutto in quel grande singolo che è Holy City, ritmicamente davvero molto coinvolgente e dall’alto potenziale radiofonico. A dispetto della copertina, dove Joan Wasser subisce lo stesso trattamento delle vittime di Goldfinger, non tutto è oro ciò che luccica, però il raggiungimento di una meritata serenità affiora ripetutamente dalle pieghe migliori di questo album. E alla fine è la cosa che più conta.

 

Voto: 7.5/10
Roberto Remondino

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