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10 dicembre 2015 ,

The Butterscotch Cathedral

THE BUTTERSCOTCH CATHEDRAL

2015 - Trouble in Mind Records
[Uscita: 02/10/2015]

Stati Uniti    #consigliatodadistorsioni     

 

MI0003915359Ci sono epoche storico-musicali durate un battito di ciglia, i cui influssi tuttavia continuano a riverberarsi sul presente e a ispirare musicisti che ai tempi non erano neppure un’ipotesi nelle menti dei loro genitori. Per esempio la terra di mezzo tra l’era psichedelica e quella del progressive (un annetto a cavallo tra il ’68 e il ’69, diciamo) che un gruppo come i Butterscotch Cathedral (di Tucson, Arizona) riesce ad evocare, in questo esordio omonimo, con una attenzione minuziosa ai particolari degna dei miniaturisti medioevali.

Una cattedrale di burro e zucchero che può provocare indigestione e carie ai denti ai patiti del genere, tanti sono gli ingredienti vintage messi a cuocere in forno, ma in fondo parte del divertimento con operazioni “retro-creative” di questo tipo sta proprio nell’individuare a colpo sicuro citazioni e riferimenti. Trentasei dei trentotto minuti del disco sono divorati da due suite, e già questo è un indizio di dove vogliano andare a parare l’ex Resonars Matt Rendon e i suoi compari. Minutaggi che fanno tremare i polsi ma per fortuna siamo ancora dalla parte giusta dell’epica psych-prog, laddove l’ambizione e la magniloquenza non vanno a scapito delle melodie né ingenerano noia suicida oppure voglia irrefrenabile di Ramones o Dead Kennedys.

 

Più che di suite, in effetti, si dovrebbe parlare di micro-brani in successione. La prima mappazza si intitola Side A, e fin dai primi secondi spunta una delle caratteristiche dell’album, vale a dire il cantato corale (o più probabilmente la stessa voce sovra-back_cover_flatincisa più volte). L’attacco sembra un omaggio deferente ai Pretty Things, stranamente più quelli di “Parachute” che quelli di “Sf Sorrow”, anche se qualcuno più perfido potrebbe trovarci tracce di “Tommy", Yes e persino di Queen.

Si procede poi con un la-la-la zingaresco, seguito da un sognante interludio strumentale che a sua volta si apre in una sezione mod-pop irresistibile. Qui non si può non pensare agli ultimi bagliori di grandezza degli Small Faces, così come ai Creation, agli End, ai Blossom Toes o al vostro nome preferito di band freakbeat dimenticata dalla storia. La seconda cavalcata - Lisa’s Dream - è se possibile ancora più multiforme e affascinante. Inevitabile a questo punto spolverare la teca Beach Boys, ma è un attimo perché poi le atmosfere si fanno decisamente più hard e psichedeliche, con le chitarre che prendono il sopravvento sugli impasti vocali.

dick diver, butterscotch cathedralIn chiusura, un maelstrom di voci riavvolte al contrario fa balenare -finalmente- l’idea di un legame con la contemporaneità, ed appare chiaro il link sotterraneo che unisce band come questa, quelle d’epoca citate fin qui, e gruppi come Tame Impala, MGMT e forse pure i Flaming Lips. La storia del pop alla fine è più lineare di quanto si può pensare, ma per saperla  (ri)raccontare ogni volta in modo credibile bisogna saperle scrivere, le canzoni.  O le suite, come in questo caso.

Voto: 8/10
Carlo Bordone

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