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23 novembre 2016

Sun Ra-Merzbow

STRANGE CITY

2016 - Cold Spring
[Uscita: 29/09/2016]

Stati Uniti-Giappone  

 

Il 2016 di Masami Akita è stato un anno intenso; e ancora deve terminare… ad oggi una decina di album pubblicati; una buona collaborazione con Keiji Haino e Balázs Pándi (già batterista negli italiani Obake), “An Untroublesome Defencelessness”, ed una mastodontica maratona coi Boris, “Gensho”. “Hatobana”, doppio CD pubblicato ad ottobre dall’italiana Rustblade, è l’ultima uscita. E prima di essa, ecco “Strange City”. Una collaborazione postuma o, se siete proprio macabri, un 'Week end col morto'. Questo ideale duetto può considerarsi come una macabra profanazione od una riesumazione doverosa, a seconda che siate o meno fan di Herman Poole Blount.

Un passo indietro, ora. Anno 1965, per l’Arkestra è il 'periodo Newyorkese' in cui nello spazio di pochi anni vengono licenziate alcune delle più memorabili performances di free jazz spaziale. “The Magic City” (inciso nel ‘65 e pubblicato l’anno seguente), con l’omonimo mostruoso excursus tra clavinet e fiati ritualistici; e sopratutto “Strange Strings” (del ‘66), esperimento di jazz astrale per soli strumenti a corda, suonati con la grazia di un Homo Erectus alle prese con uno smartphone; un meraviglioso unicum nel catalogo di Ra. Dalle sessions per questi album è spuntato il macilento materiale su cui lo spericolato Merzbow è riuscito a mettere le mani, grazie all’irresponsabile intercessione di Irwin Chusid, giornalista, DJ, visionario, ma soprattutto amministratore plenipotenziario del catalogo di Sun Ra. Ed eccoci a “Strange City”, ovvio melange tra “The Magic City” e “Strange Strings”.

 

Sessantasei minuti, due tracce di oltre mezz’ora l’una: Livid Sun Loop e la più interessante Granular Jazz Part 2. Il consueto treno merci in perenne deragliamento che fracassa qualunque tentativo sonoro corra sui binari di un qualunque tentativo melodico/armonico. La musica di Sun Ra ne è sommersa, travolta, completamente zittita e cancellata. Se Akita ha voluto agire da restauratore, ha commesso l’imperdonabile errore di sostituirsi costantemente all’Artista stesso, spandendo palettate di fresco intonaco noise sulle divagazioni di John Gilmore e Marshall Allen.
Se ha voluto agire da DJ, ha forse dimenticato che nulla c’è da remixare. Ciò che era una vecchio fondo dimenticato nel profondissimo magazzino di Sun Ra, è diventato il pretesto per il consueto cacofonico murales di frastuoni assortiti. Qualche eco di sax alto, qualche assolo di tromba che affiorano per un attimo dalla tempesta, come la mano del naufrago che cerca un appiglio tra le onde. Alcuni momenti migliori in Granular Jazz, dove la perversa tensione di “Strange Strings” riemerge qua e là; ma nessuna scialuppa salva l’equipaggio dell’Arkestra. Non stupisce che un fracasso del genere possa piacere, perché l’autore di “Venereology” merita comunque rispetto. Stupisce che si senta la necessità di violare la pace metafisica di Herman Blount. solo per formattarlo completamente dai solchi di un triplo LP che poco ha da aggiungere alla carriera di Merzbow, ed assolutamente nulla a quella di Ra.
Non cascateci!

Voto: 4/10
Giovanni Capponcelli

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Cold Spring        


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