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16 settembre 2013 ,

The Future Primitives

SONGS WE TAUGHT OURSELVES

2013 - Casbah Records/Dangerhouse Skylab
[Uscita: 01/07/2013]

The Future primitives# CONSIGLIATO DA DISTORSIONI

 

Produrre un disco composto interamente da cover può rivelarsi un suicidio. Ed è molto facile, tentando l’ardua impresa, scivolare in un puro esercizio stilistico, rivelandosi uggiosi e svigoriti. Gli ingredienti per evitare di finire in questa trappola sono essenzialmente due: lasciare perdere le canzoni più famose e celebri, trite e ritrite, per non suonare banali e scontati; e poi riadattarle, ammodernarle, dare un senso alla reinterpretazione. Bene, i sudafricani Future Primitives (originari di Cape Town, nati sul declinare del 2011) sembrano aver seguito il manuale: “Songs We Taught Ourselves”, ultima uscita di una discografia giovanissima ma già sazia di tre album, recupera pezzi sixties (più uno del 1981) che avevano già superato il rock ‘n roll, per spostarsi sui binari del surf, del garage o del proto-punk. Canzoni, insomma, lontane da quelle che incarnano il manifesto stilistico del decennio. L’album è un omaggio ai suoni che sono alla base dello stile della band sudafricana, alle tracce decisive nella maturazione delle loro sonorità. Nella tracklist dell’album, tra gli altri il celeberrimo Link Wray e la sua stranota seminale Rumble, il grande Captain Beefheart, i Primitives, band in cui militavano Lou Reed e John Cale alle prime armi; The Haunted invece, con la loro 1-2-5 (super rivisitata in passato, se ne ricorda una magistrale versione dei Fuzztones!) e The Human Expression (Love at Psychedelic Velocity) sono tra i nomi più noti ai garage fans. ll disco suona fresco e vivace, tutt’altro che stucchevole, e nella sua emblematica essenzialità  surf-garage appare a tratti curiosamente molto vicino a certe cose della produzione degli americani, indimenticati Gories di Dana Kroha e Mick Collins.

 

thefutureprimitivesfutureprimitivesI Future Primitives recuperano il sound elettrico e chitarristico anni ’60 ed ancora più indietro dei '50 (la strumentale Rumble di Link Wray), ma scovano quelle band capaci già allora di andare oltre. I primi due album della formazione sudafricana, targati dicembre 2012 e gennaio 2013, miscelavano al meglio la potenza del garage e la morbidezza del surf. Seppur atipico, quest’album si può dire che continui sulla stessa falsa riga: le rivisitazioni dei pezzi sixties riescono a non perdere le scintille di quegli anni, pur smussando le asperità e le acidità, plasmando un sound più credibile e appetibile cinquanta anni dopo. Dunque questo “Songs We Taught Ourselves” non è il classico disco che finisce esclusivamente sugli scaffali dei cultori più sfegatati della band, ma un lavoro magnetico e spigliato, con lo scoppiettante surf-a-billy di Everybody Up (originariamente dei Fender IV), la psichedelia grezza dei Primitives e la loro Do The Ostrich, passando per l’asprezza orientale di The Fly (The Mummies) e il riff vorticoso di Israeli Blues (Index), sino alla concitata psichedelia mistica e drogata di We Sell Soul degli Spades, ovvero Roky Erickson prima dei 13th Floor Elevators. La band, dal canto suo, rimane all’altezza delle due uscite precedenti, dimostrando una prolificità e una continuità invidiabile. E considerando che si tratta di tredici cover non era facile ottenere questo risultato. La storia non finisce qua: lo stakanovista trio sudafricano ha già pronto su supporto in vinile della label portoghese Groovie Records un nuovo lavoro, "Into The Primitive", in uscita il prossimo autunno anche su cd (ed LP) per la svizzera Voodoo Rhythm Records, quindi siete avvertiti, rimanete nei paraggi.

 

Voto: 7.5/10
Simone Pilotti - Pasquale Wally Boffoli

Audio

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