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6 settembre 2017 , ,

Gogol Bordello

SEEKERS AND FINDERS

2017 - Cooking Vinyl
[Uscita: 25/08/2017]

Ucraina-Stati Uniti

 

seekers and findersLa maggior parte delle band fa concerti per vendere i dischi; è un leitmotiv particolarmente diffuso nella cultura pop, per cui il supporto fisico ha sempre la precedenza rispetto alle sensazioni liquide lasciate sul palco. C’è però una rumorosa minoranza che, al contrario, ritiene l’attività in studio come un mero corollario dell’esperienza live. Rappresentanti principali di questa seconda categoria sono i Gogol Bordello, collettivo ucraino/statunitense che proprio a causa di questa “sovversiva” tendenza non è mai riuscito a emergere dagli ambienti indipendenti, pur essendo dal ‘93 la più affermata realtà internazionale della nicchia gypsy-punk (di cui sono anche fondatori). Non fa eccezione il nuovo lavoro, “Seekers and Finders, disco che, seppur ricco di spunti, non riesce a rendere lo spirito goliardico e scanzonato che emana la band dal vivo.

Tornati a fare un uso considerevole di violini, fisarmoniche e altri strumenti tradizionali della musica balcanica e uralica, i GB propongono undici tracce che attingono a piene mani allo street punk e al folk con qualche gradevole novità a spezzare la “monotonia” di un paradigma ormai trito e ritrito.

 

Se l’energico folk-punk della traccia di apertura Did It All e il mix di country, musica gitana e punk‘n’ roll di Seekers and Finders (notevole la partecipazione di Regina Spektor, che con la sua voce sottile dà un tocco di eleganza al brano) affondano le radici nel sound tradizionale della band, il disco riserva per le parti centrali e finali i momenti maggiormente degni di nota. A cominciare dal primo singolo, Saboteur Blues: sugli indemoniati ritmi di gogolchitarra e batteria e sulla voce roca di Eugene Hütz si sovrappongono ammiccanti cori in francese di voce femminile a creare un’atmosfera semi-inedita per il gruppo.

Altri episodi da menzionare sono il mix di dub e bossa proposto nella ballad Clearvoyance e le spensierate armonie di You Know Who We Are (Uprooted Funk), in cui compaiono richiami ad altre musiche tradizionali oltre a quella “zingara”, su tutte quella dei nativi americani (interessante l’impiego dei flauti). Tutto il resto passa in cavalleria senza lasciare più di tanto il segno. Un album buono ma non certamente indimenticabile (come nessuno dei gogol-bordelloprecedenti), incastrato in fretta e furia tra le varie date (tre in Italia lo scorso luglio 2017) dell’infinito tour che la band porta avanti da vent’anni a questa parte senza requie. Un po’ di lavoro in studio in più avrebbe senz’altro giovato alla qualità del prodotto, ma non si può chiedere a una band tanto particolare di far violenza sulla propria natura inquieta e girovaga. 

 

Voto: 6/10
Riccardo Resta

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