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6 dicembre 2016 ,

Wolf People

RUINS

2016 - Jagjaguwar
[Uscita: 11/11/2016]

Inghilterra     #consigliatodadistorsioni

 

Con gli Uncle Acid & the Deadbeats ancora a piede libero per l'Europa a promuovere l’ultimo micidiale “Pusher Man”, i dintorni di Cambridge sfornano un’ altra deviante creatura acida e metallica assieme: contorta, policefala, che vomita magma violaceo e bollente a 360 V. Wolf People vengono dall’antico insediamento di Clophill, citano tra le proprie influenze il sound cavernicolo dei misconosciuti Iron Claw (e perché no, anche quello nebbioso degli Human Beast, allora) suonano come lo farebbe la civiltà superstite e disperata di “28 Giorni Dopo”, danzando strafatta sulle rovine di un secolo troppo breve e confuso.

 

Wolf_02Non è solo psichedelia da revival, ma un suono che sa ammantarsi di solenne e monastico assieme, come certi Slowdive arrugginiti da sovrastrutture di ferraglia hard e chiassosa. Spartana nel suo partigianesimo low-fi da Black Angels “very british”, corrucciata come un vecchio eremita heavy rock delle Midlands, mistica da ricordare i proclami dei 13th Floor Elevators. Ma pure figliastra della schiatta rumoristica delle Sister Ray, della Calvary dei Quicksilver, della Death Valley 69 di Lydia Lunch e Sonic Youth; tutte cucite alle trame da fiaba orientale di una Incredible String Band per headbanging elettrico (come accade in Belong). Perchè nonostante il caos strumentale, non mancano sottili intromissioni acustiche, finestre di sereno e flauti melodici che richiamano i satiri del Cam River, presto sommersi da esondazioni di elettricità brada, da “danse macabre” per Streghe delle Notte (apre il disco Ninth Night, ciaoper terza arriva Night Witch), dall’incedere thrilling di Not Me Sir, dal free rock di Salt Mills. Baricentrica, si staglia l’avventura di Kingfisher, una lunga epopea all’aroma di un medioevo imbastito per progster in acido che rileggono i Genesis sotto la luce distorta dei Deviants e dei primi Pink Floyd; lo stesso brano ricompare poi in due reprise strumentali all’interno del disco, una continuità esplicita che quasi fa di questo “Ruin” un concept sull’umanità in estinzione.

 

ciaoAlbum notevolissimo, che aggiunge uno sfondo mistico e paganamente folk alle già tetre immagine di psichedelia malata dell’ottimo precedente “Fain” (2013). Variegato, eclettico come gli Who di “Sell Out” eppure coerente, fresco anche nel suo riproporre un gusto acidissimo fatto di parti originali e non di contraffazione pop facile alle radio. Esercizio di rigore e dedizione che lascia ampio spazio alla beatitudine del ritmo, della festa, del baccanale più immediato ed invasato. 

 

Voto: 8/10
Giovanni Capponcelli

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