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15 ottobre 2017 ,

Kadavar

ROUGH TIMES

2017 - Nuclear Blast
[Uscita: 29/09/2017]

Germania

 

Appena spento lo stereo con su “New Beginnings” dei Radio Moscow, attacco con questo “Rough Times” dei Kadavar. Nuovi inizi prima, tempi duri ora. Il panorama dei “retro-power-trio-vintage” sarà pure una nicchia, ma è vitalissimo se non addirittura bulimico. Si attende a giorni il prossimo “Alive and Well in Ohio” dei Buffalo Killers, mentre rimbombano ancora le recenti uscite di Ufomammut e Simo (quest'ultimo da ascoltare di certo...), solo per dirne alcuni. Rispetto ai Radio Moscow, i Kadavar guardano ad un passato meno remoto, non più l'accavallarsi di 60 e 70, ma piuttosto gli anni 90 di Sleep e Kyuss, pur manipolati con barbe da ZZ Top ed un' enorme dose di pesantezza sabbathiana, mai così prominente nemmeno in “Abra Kadavar” o “Berlin”. Ma del resto sono ormai proprietà della Nuclear Blast, e dunque assuefatti al suo dictat di superomistica muscolarità.

 

Dalla traccia d'apertura in avanti, si capisce subito che questo non è territorio per agilità, raffinatezze e divagazioni. Si sta in un canyon rossastro dove domina una mutante razza di ciclopi assuefatti a Quaalude e sedativi assortiti. Titani che procedono al consueto passo di marcia dello stoner-doom ordinario: un esercito di piombo senza troppi neuroni, buono per replicare all'infinito variazioni microscopiche dello stesso (bel) brano. Il suono è imponente, la violenza smerciata come diazepam al mercato nero, la tavolozza scurissima, la cadenza assai monotona e per fortuna non mancano cori accattivanti e passaggi di stordimento da pasticca sintetica confezionati su misura per headbanger con capello lungo e barba da hipster; e chissà che sotto sotto non ci scappi pure un risvoltino di troppo.
Kadavar_band02Se il primitivismo da cavernicoli spaziali riemerge nel mezzo della nebulosa di Tribulation Nation, Lost Child procede col passo felpato di un sermone notturno: per il loro standard, una traccia sperimentale, anche se il bello arriva davvero in coda con la bizzarra francofonia da teatro decadente di A L'ombre Du Temps. Stupisce che uno dei momenti migliori sia la parodia di heavy country sudista di You Found The Best In Me. L'ascolto prolungato richiede necessariamente la presenza di una lager da litro. Prosit! 

 

Voto: 6,5/10
Giovanni Capponcelli

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