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22 febbraio 2012 ,

Ringo Starr

RINGO 2012

2012 - Universal
[Uscita: 31/01/2012]

La carriera solista del musicista più fortunato del mondo non mi ha mai entusiasmato. Considerando che anche la tanto celebrata I don’t come easy che tutti noi che abbiamo passato gli...anta abbiamo canticchiato pare sia stato un dono partorito da George Harrison, per non lasciare l’amico al palo mentre gli altri tre Beatles avevano dignitosissime carriere soliste, si spiega come il batterista inglese abbia creato veramente poco. Giunto, nonostante tutto, al diciassettesimo album con questo “Ringo 2012” il notoriamente più simpatico dei fab four non si smentisce. Quello che sulla carta avrebbe dovuto essere un omaggio autobiografico a sé stesso e alla città di Liverpool, si rivela senza la caratura del concept album poiché su nove canzoni quattro sono cover come Think it over del compianto Buddy Holly, la tradizionale Rock island line e due riedizioni di brani dello stesso Ringo apparsi su un album precedente “Ringo the 4th” e questo mi pare un segnale di poca fantasia e creatività. Una di queste è Wings che dovrebbe uscire anche come singolo e che qui diventa un reggaettino senza alcuno spessore, l’altra è Step lightly  canzonetta ritmata di una vacuità assoluta; Anthem cerca di fare il verso a Paul McCartney non riuscendoci.

 

Samba scritta con Van Dyke Parks è addirittura imbarazzante nella sua pochezza. Un gradino in più del sottoscala è il brano In Liverpool che però ci piacerebbe ascoltare dalla bocca, magari, di un certo Morrissey, che riuscirebbe, forse, a trarne la valenza nascosta dal mortificante arrangiamento. Nonostante lo stuolo di ospiti di gran rilievo di cui citiamo solo Joe Walsh, Benmonth Tench, Edgar Winter, Dave Stewart, Charlie Haden (ma che ci fa un gigante come lui in questo disco?), Don Was e lo stesso Van Dyke Parks, l’album non si eleva, anzi, resta persino al di sotto della famigerata aurea mediocritas di cui mister Starkey potrebbe se non altro andare fiero. I grandi musicisti succitati sono inconsistenti e irriconoscibili fagocitati dal nulla in cui il capobanda li fa muovere, in un album di cui si fa persino fatica a definire il genere, visto che non è rock, non è pop, non c’è ombra di country o di blues. Un disco innocuo che non si capisce da quale pubblico possa essere apprezzato. Forse da qualche miliardario con il diamante al mignolo che ascolterà in sottofondo, sorseggiando Champagne in qualche party hollywoodiano, questa serie di brani da titoli di coda da documentario su Los Angeles. Per fortuna c’è anche un lato assolutamente positivo: il tutto dura solo ventotto minuti e mezzo.

Maurizio Pupi Bracali

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