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The Long Ryders

PSYCHEDELIC COUNTRY SOUL

2019 - Omnivore Recordings
[Uscita: 15/02/2019]

Stati Uniti   #consigliatodadistorsioni  

 

Psychedelic-Country-SoulLe facce sono quelle, benché invecchiate, e gli sguardi hanno conservato la fierezza un po’ guascona dell’epoca, anche quando celati dietro lenti scure: sono sguardi di chi è consapevole che bastano una Telecaster, una Rickenbacker, un Fender Precision e una batteria per riattizzare il fuoco che covava sotto la cenere. Non uscivano con un disco nuovo di zecca dai tempi di “Two Fisted Tales”, che nel 1987 chiudeva un lustro in cui i Long Ryders (la “Y” un doveroso omaggio ai Byrds), partiti da un mini LP ad alto tasso di psichedelia, “10-5-60”, avevano pubblicato tre album magnifici (“Native Sons”, al quale parteciperà persino Gene Clark, e “State Of Our Union” gli altri due). Perso per strada il loro secondo bassista (Des Brewer, subentrato a Barry Shank) subito dopo la pubblicazione del mini, reclutavano nel ruolo Tom Stevens, cantautore che aveva già esordito in proprio, trovando così un altro vocalist ad affiancare Sid Griffin e Stephen McCarthy, ma soprattutto una terza penna di pregio a comporre canzoni che li portarono ad essere quasi un gruppo “di successo”, con tanto di richiesta degli U2 di aprire i loro concerti nella tournée di “Joshua Tree”.

 

Ciononostante, l’essere continuamente in tour portava i componenti (Greg Sowders l’ultimo nome che vi dovevamo, batterista) allo scioglimento, cui sarebbero seguite sporadiche reunion dal vivo. Si comprenderà dunque l’emozione suscitata nei fans alla griffinnotizia di una nuova uscita di Sid Griffin (nella foto, nel frattempo trasferitosi a Londra e divenuto giornalista musicale di rilievo, fondatore dei Coal Porters, solista) e soci, "Psychedelic Country Soul". Emozione accresciuta dall’ascolto di questo lavoro, assolutamente in linea con quanto ci si poteva attendere e aderente al suono dell’epoca (non paia un limite: di suoni senza tempo si parla, qui), come rivela l’attacco di Greenville: rumori di studio, un “Here we go”, batteria e una cascata di chitarre, ritornello killer di prammatica e lacrimoni che dalle gote scivolano nelle bocche spalancate per lo stupore. Sensazioni tipiche che si ripetono nei brani più rock (Molly Somebody, All Aboard, la potente What The Eagle Sees, The Sound, Gonna Make It Real), ad alternarsi con una bella serie di canzoni cristalline, figlie del folk (Let It Fly, il gioiello If You Wanna The-Long-Ryders-Madrid-2016See Me Cry, la commovente California State Line, l’altrettanto emozionante Bells Of August). Aleggia, sopra questo disco, un fantasma: i Long Ryders decidono di esorcizzarlo con una ripresa stratosferica di Walls, brano che Tom Petty aveva inserito nella soundtrack di “She’s The One”, e non poteva esserci omaggio migliore (con un paio di Bangles a impreziosire i cori), così come non potevano chiudere che con una title track che ci trasporta per sei minuti ad “otto miglia di altezza”, mantenendo fede al titolo. I ragazzi sono tornati: capolavoro. 

 

Voto: 9/10
Massimo Perolini

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