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16 agosto 2017 ,

Incantation

PROFANE NEXUS

2017 - Relapse Records
[Uscita: 11/08/2017]

Stati Uniti    

 

incantationLa lunga rincorsa a questo “Profane Nexus” incontra la storia delle sonorità oscure cosiddette death e doom in un modo così viscerale da non poter prescindere dall’’esistenza dell’uno per considerare l’altro. Arrivati alla undicesima prova in studio e alla morte clinica di un genere verso il quale staccare la spina è tanto difficile quanto necessario, John McEntee e i suoi sodali  (Incantation) propongono, con invidiabile pulizia, una partitura ben scritta e interpretata magistralmente: l’unico difetto è quello di non poterne avere perché tutto è già noto in precedenza. Anche l’ascoltatore meno sgamato è capace di percepire l’odore stantìo che proviene da questa materia oscura. L’attacco frontale sferrato dalla ferinità blasfema di Muse, o dalla luciferina Lus Sepulcri, procura lo stesso effetto generato dallo scheletro che all’improvviso ci si pianta davanti in una casa degli orrori nella quale lavoriamo come bigliettai. Non che il growl roco di McEntee abbia perso il suo dissoluto fascino, ma il suo esercizio magistrale in brani come il conclusivo Messiah Nostrum lasciano solo una ferita nostalgica nell’animo dell’ascoltatore innamorato. Dire che non ci abbiano provato è ingiusto e scorretto, ma basterebbe ascoltare gli stacchi quasi dancehall di Visceral Hexahedon per capire che il percorso di ricerca, che pure vi è stato, non ha trovato nulla di buono da affiancare alla adrenalina senile di riff violenti e battiti da colpo apoplettico.

 

inNon è paradossale che il meglio dell’album arrivi proprio quando l’eccitazione cala, i battiti si fanno rarefatti e ci si affaccia nei paesaggi limitrofi del doom o addirittura ci si addentra in lande insospettabilmente post-rock come in Incorporeal Despair, probabilmente un piccolo diamante incastonato nel metallo vile.

A nulla servono i colpi di coda di Omen to the Altar of Onyx o le avvolgenti spire nelle quali gli ottimi Sonny Lombardozzi (chitarra), Chuck Sherwood (basso) e Kyle Severn (batteria) tentano di avvolgere l’ascoltatore affamato di delicatessen sonore. In sostanza una prova inutile dal punto di vista artistico e compositivo che lascia intatta la storia di Incantation, ma soprattutto lascia in stato comatoso un modo di scrivere e suonare che probabilmente non ha più nulla da dire per mantenere il proprio diritto di cittadinanza tra le componenti viventi della musica contemporanea. Non fu il coraggio a mancare, ma un’idea, dal 1992.

 

Voto: 5, 5/10
Luca Gori

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