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24 marzo 2013 , ,

John Grant

PALE GREEN GHOSTS

2013 - Bella Union
[Uscita: 11/03/2013]

John Grant PALE GREEN GHOSTS 2013 Bella UnionWhat happened to John Grant? Che cosa è successo a John Grant? Che cosa è saltato in mente all'ex Czars di recarsi in Islanda? Questi i pesanti interrogativi suggeriti dallo sconcertante ascolto di quest'ultimo "Pale green ghost". Il primo brano dato in pasto per l'ascolto, la title track, aveva già spiazzato tutti quelli che di Grant ricordavano le meraviglie del disco precedente. Sì perché "Queen of Denmark" (2010) era stato uno degli esordi solistici più straordinari ascoltati dall'avvio del nuovo millennio. Un disco pieno di bellissime ballate, la voce ed il piano di John catturavano l'ascoltatore nelle totalità delle 12 tracce. Brani come I wanna go to marz, Sigourney Weaver, It's easier e la stessa Queen of Denmark dimostravano che Grant aveva pochi rivali a livello di lirismo ed interpretazione. Un disco che segnava altresì la chiusura totale del progetto Czars, una delle più grandi e sottovalutate band degli ultimi tempi. Di loro parleremo in maniera più estesa in un doveroso tributo, adesso torniamo al punto di partenza.

 

Vi stavo raccontando che John si è recato in quel di Reykjavik ad incontrare uno dei tanti genietti (?) dell'elettronica, tal Biggi Veira, leader dei mediocri Gus Gus. Non si sa il motivo ma affascinato da certi arrangiamenti al confine con la peggiore musica dance ha deciso che erano perfetti per il suo secondo sospirato album. Inutile dire che superare un disco come Queen of Denmark appariva impresa titanica anche per un talento come John Grant ma un colpo così basso sinceramente non me lo aspettavo. L'inizio del disco spiazza completamente, la title track, che poi non sarebbe neppure un brutto pezzo preso allo stato grezzo e la successiva Black belt sono due pezzi che definire irritanti appare addirittura riduttivo. Soprattutto la seconda è uno dei peggiori brani che il nostro ha mai messo su album Czars inclusi. La cosa che dà più fastidio è che Grant ha messo volutamente queste due canzoni ad inizio album quasi a voler sottolineare la clamorosa sterzata, non chiamiamola evoluzione per favore, che la sua musica ha subito. Appare altresì evidente che John non abbia voluto fare un disco copia carbone del precedente ma questa non è certamente una buona ragione per farsi del male. John Grant PALE GREEN GHOSTSAl termine dei primi due pezzi il vostro cronista ha più volte rigirato la copertina del disco a volte gli avessero fornito una copia sbagliata. No, niente da fare. Del resto lo stesso sguardo fiero e minaccioso sulla front cover non lascia spazio ad equivoci, sì è proprio lui, nessun dubbio. Il titolo del disco sembra riferirsi agli olivi che costeggiano la Highway I-25 vicino alla sua vecchia casa di famiglia a Parker, Colorado.

 

Rassegnato mestamente alla prima grande delusione del 2013 ed una triste ripetizione del tragico "Tubular Beats" di Mike Oldfield ho proseguito senza tanta fiducia nell'ascolto. GMF, che poi è un modo neanche troppo velato di ridurre la parola Greatest Mother Fucker ci appare per fortuna come un arcobaleno dopo un copioso temporale estivo. Il brano, che parla dei danni provocati dalle notizie dei reporter locali con il cattivo influsso che hanno sui bambini, è perfettamente allineato con le migliori cose del disco precedente. Ma pure Vietnam e It doesn't matter to him scorrono via piacevoli fugando in teoria ogni dubbio sulla pericolosa svolta indicata dallo spiazzante inizio. You don't have to e Why don't you love me anymore, con i controcanti di Sinead O'Connor, sono invece altre due cadute di stile, dodici  minuti alquanto noiosi con le elettroniche pulsanti che rovinano il tutto. Ma il peggio deve ancora venire. Sensitive new age guy è più brutta anche del suo terrificante titolo, sembra incredibile che la mente di Grant abbia potuto concepire una simile schifezza, nemmeno nelle discoteche di Ibiza farebbero passare un pezzo così. Se "Pale green ghost"  fosse un vecchio disco in vinile potremmo separarlo in due distinte facciate.

 

Il primo lato dove trovate  i pezzi della svolta elettro-pop e la seconda facciata con quello che rimane del vecchio John Grant a cui tanti si erano affezionati. Questo per dire che a poco serve concludere alla grande il disco con I hate the town, che pare un outtake del disco John Grant PALE GREEN GHOSTSprecedente e la meraviglia sonora a nome Glacier.  Questi sette minuti abbondanti sono due delle migliori songs venute fuori dal ricco catalogo dell'uomo di Denver, una melodia di grande fascino, con rimembranze degli Czars ben in testa, un incanto più che una canzone. Splendido momento e fiera conclusione di un disco disturbante. Uno degli album più difficili da giudicare e di conseguenza consigliare degli ultimi tempi. Di certo l'altalenante sequenza di pezzi synth-pop alternate a belle ballate old style non giova affatto all'economia di "Pale green ghost" che finisce per risultare disco spiazzante ma il più delle volte irritante. E non poco. Il mio consiglio spassionato è quello di procurarvi il disco da qualche amico, registrarvi i 4-5 pezzi decenti che ci sono e lasciare perdere tutto il resto. Con la speranza che questo rimanga un episodio isolato a macchiare una carriera musicale di un artista fino ad adesso impeccabile. Il giudizio finale è obbligatoriamente negativo e non potrebbe essere altrimenti. Sorry Mr.Grant.

 

Voto: 5.5/10
Ricardo Martillos

John Grant

 


Tracklist:

1. Pale Green Ghosts

2. Blackbelt

3. GMF

4. Vietnam

5. It Doesn't Matter To Him

6. Why Don't You Love Me Anymore

7. You Don't Have To

8. Sensitive New Age Guy

9. Ernest Borgnine

10.I hate this town

11. Glacier

 

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