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9 ottobre 2018

Paul Collins

OUT OF MY HEAD

2018 - Alive Records
[Uscita: 28/09/2018]

Stati Uniti    

 

paulcollinscover

 Balzo all’indietro nel tempo. Los Angeles, anno 1976: tre ragazzi di belle speranze, battezzatisi The Nerves, pubblicano un 7” con quattro brani di cristallino power pop che flirta col nascente fenomeno punk e che oggi è rintracciabile a cifre ragguardevoli, a meno di non volersi “accontentare” di un CD che aggiunge al programma una sontuosa messe di registrazioni ascrivibili in qualche modo al trio. I leader del gruppo sono Jack Lee (autore di Hanging On The Telephone, che inaugura  la scaletta e diverrà un successone coverizzata dai Blondie) e Peter Case, che si dividono le parti cantate e rispettivamente impegnati con chitarra e basso, mentre alla batteria siede Paul Collins, il più giovane dei tre, autore di Working Too Hard, il brano più beatlesiano dell’EP. Quando Lee lascerà la formazione, Case creerà i Plimsouls, mentre il batterista imbraccerà la chitarra e formerà i Paul Collins’ Beat (l’attributivo, dovuto alla coesistenza dei Beat inglesi, verrà aggiunto in seguito), coi quali realizzerà tre pregevoli album e un mini LP tra il 1979 e il 1985, proseguendo poi da solista dopo la fugace parentesi della Paul Collins Band.

 

beatDa sempre devoto al genere di quell’esordio, Paul è giunto ad abbracciarne una declinazione che diremmo influenzata dall’Americana degli anni '90, ben sintetizzata nel brano che introduce questo nuovo lavoro, In And Out Of My Head, nella chiosa rappresentata da Beautiful Eyes, passando per la ballata Lost Again. Ma i vecchi amori sono duri a morire, ed è così che l’influenza della British Invasion degli anni '60 torna ad essere protagonista in parte del programma (Kind Of Girl, Just Too Bad You’re Leaving, Emily), benché tornino a ruggire anche i bei tempi dei seventies vissuti ad L.A. (la contagiosa Go, piccolo bignami del power pop in poco più di un minuto e mezzo, Midnight Special). Si affacciano anche i famigerati anni '80, beat1ma fortunatamente non quelli dominati dal synth pop e dal big drum sound (You Belong To Me, Killer Inside, Tick Tock, la più vicina al suono dell’epoca evocata).

Nulla di eclatante, solo belle canzoni per vecchi rockers, cantate con voce sempre più incerta (le increspature si notavano già nel precedente “Feel The Noise”, roba di quattro anni fa e più muscolare rispetto all’attuale), elemento che riduce inevitabilmente la valutazione, ma se siete frastornati dal mondo circostante e cercate una pausa, un ascolto di questo disco potrebbe essere rigenerante. 

 

Voto: 6,5/10
Massimo Perolini

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