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28 maggio 2017

Obituary

OBITUARY

2017 - Relapse Records
[Uscita: 17/03/2017]

Stati Uniti

 

I fan di una delle formazione più longeve del panorama metal estremo planetario potranno gioire, come in verità stanno facendo piuttosto scompostamente, per la pubblicazione del nuovo album significativamente omonimo “Obituary”. Che si scelga dopo nove album e qualche lustro di attività artistica di riannodare, a cominciare sin dal titolo di un album, una relazione con se stessi è piuttosto sintomatico della volontà di guardare come l’angelo della storia le macerie alle proprie spalle. Non che queste manchino dopo lo smottamento dell’ultimo delittuoso “Inked in Blood”, ma più che un ravvedimento questo strabismo sul passato appare veramente come l’atto finale di chi non ha altro da dire che il proprio sguardo su ciò che è stato. Si torna a casa, questo è vero, il suono riacquista in “Obituary” la potenza creativa che tutti rammentano nel piacere, eppure il ritorno presenta sempre uno spostamento, un rischio, l’affacciarsi su se stessi come su un cristallo. E la casa, il luogo del ritorno, può essere il luogo più freddo che esiste. Succede qualcosa del genere qui, Obituary si guarda allo specchio e la sua immagine non appare deformata bensì fedele e fascinosa eppure spettrale.

 

Evidentemente spettrale è la consistenza dell’iiniziale Brave una possente cavalcata che ossessiona il sonno contrito di ogni metallaro sulla via della redenzione. Stesso discorso va fatto per la successiva Sentence Day incapace di esprimere una sola variazione all’unico tema possibile, vale a dire lo scuotimento ebete della lunga capigliatura. Nonostante l’evidente impegno di John Tardy e soci – commovente in tal senso il pathos profuso a larghe maniche in It Lives – “Obituary” non decolla mai lasciando nell’ascoltatore la netta sensazione che tutto il meglio sia già avvenuto, sia nel disco che nella produzione complessiva di un genere che arranca spavaldamente in un coma terminale che un’ottima produzione vorrebbe allontanare o semplicemente frenare. È a questo punto che Obituary tenta la carta del riconoscimento ed è esattamente qui che si perde definitivamente nel tentativo di riallacciare fili con una mitica ispirazione originaria, identità che forse non è mai esistita come sembrano provare i riferimenti quasi dogmatici ai Possessed di "A Lesson in Vengeance". Non sappiamo veramente che farcene delle piccole variazioni sudaticce sui riff che trasudano senile inappetenza di Turned to Stone o degli omaggi ai Paradise Lost disseminati alla rinfusa in Straight to Hell. Il senso di perdita diviene ancora più forte e quasi appiccicoso se pensiamo che al netto di tutto ciò di cui si è detto questo “Obituary” rappresenta senza alcuna ombra di dubbio il pezzo pregiato di tutta l’ultima produzione della band almeno a partire da “Frozen in Time” per arrivare a questo mesto 2017. È opera disumana la postilla al lutto, umanamente mi taccio.

Voto: 4,5/10
Luca Gori

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