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28 luglio 2015 , , ,

Wavves x Cloud Nothings

NO LIFE FOR ME

2015 - Ghost Ramp
[Uscita: 28/06/2015]

Stati Uniti   #consigliatodadistorsioni    

 

wavves-cloud-nothingsNo Life For Me è il frutto della collaborazione tra Nathan Williams e Dylan Baldi, semi-déi dell’indie rock americano di questa prima parte degli anni ’10. Rispettivamente fondatori dei lanciatissimi Wavves e Cloud Nothings, entrambi nati come progetti solisti, Williams e Baldi si misurano qui con un modello musicale che risale appunto agli esordi e non alle produzioni più recenti delle due (divenute col tempo) band: allo scadere degli anni ’00, nel 2009, con le uscite di “Wavves” per Fat Possum e “Turning On” pubblicato indipendentemente. Qui infatti sta il nodo focale di “No Life For Me”, in un mondo (tematiche, approcci, attitudine) ormai sorpassato da entrambi e con cui si misurano comunque. Tuttavia l’album mostra come i due possano tranquillamente comporre 9 tracce di buona qualità e grande intensità, per 21 minuti all’insegna di un sound scorticato e “fuzzed out”. Già dall’iniziale Untitled 1 (che con l’elettronica basica di Untitled 2 costituisce il momento strumentale dell’opera) troviamo Williams e Baldi attingere alla foce del grande delta della stagione d’oro del rock indipendente americano: l’epoca breve tra fine ’80 e inizio ’90 che fu di Fugazi, Dinosaur Jr, Sonic Youth, Nirvana e di chi ne ha più ne metta; No Life For Me vive (tematicamente) di disagio, self loathing, ansia, mal di vivere da skater, noia e solitudine in una sorta di compendio del punk adolescenziale versione 2.0.

 

Questo magma di umori e inquietudini emerge nei momenti più salienti come la tirata di How It’s Gonna Go (“I’m such a fucking mess/ Don’t know at all how it’s gonna go” canta Williams) che finisce nell’isteria noise; ancora assalti spigolosi come Such A Drag o Hard To Find testimoniano la tensione introspettiva dei protagonisti che viene stemperata nell’anthem fuzz pop di Come Down (dove però l’ansia cresce a livelli insopportabili: ”you cannot say/you cannot fight/ the world around you is barely there” canta Baldi, mentre wavves_cloudnothingsWilliams insiste:”There’s something wrong creeping into your life”. Poi l’apertura melodica di Nervous  (dove si riscontra ancora il pessimismo cosmico formato gioventù statunitense:”I need to promise you that I will not go far/ I feel my nervousness, we’re not this good alone”) e le armonie pop punk della title track dove s’intravede una crepa nel muro, quanto meno uno rantolo di resistenza:”I’m worried/I’m not worried/ my Energy is/my long to be here”. A Baldi il compito di allargare la crepa e di far entrare un po’ di aria nell’immaginaria sala claustrofobica di No Life For Me: la finale Nothing Hurts, che costituisce una sorta di ballata cacofonica in cui fingere di ritrovare se stessi: ”I can tell myself that nothing hurts/that I don’t need to sing” in attesa di un americanissimo finale: ”But I move ahead each day/And I will not be the same”. Visti i risvolti di Wavves (che ha annunciato che farà uscire il suo nuovo album “V” ad ottobre) e Cloud Nothings e guardando l’universo di No Life For Me in retrospettiva, potremmo tranquillamente dire che una collaborazione tra i due poco aggiunge al bagaglio del primo o del secondo e nello stesso disco a difficoltà si riconosce l’uno dall’altro.

 

D’altro canto, potremmo insistere ancora sulla qualità dei pezzi e sulla loro portata: pochi negli anni 2000 sono riusciti a coniugare le tensioni interne, l’ennui teen con l’apporto urgente del punk, forse solo i Deerhunter di “Microcastle” (2008) avevano dato tanta prova del nichilismo dei nuovi indie-rockers:”nothing ever happened to me/ life just passed and  wavestimthumbflashed right through me” cantava Bradford Cox in Nothing Ever Happened, e ancora in Never Stops: ”but my escape/would never come” e “winter in my heart/ it never stops”.  Insomma, le tematiche riflettono le prime crisi esistenziali e drammi interni, insicurezze, paranoie e tutto ciò che di più sgradevole si può trovare nella testa di un adolescente odierno e il punk rock diventa quindi espressione e non rimedio di questo malessere, uno strumento attraverso il quale manifestare i proprio demoni senza, come abbiamo visto nel finale di Nothing Hurts, dover per forza avere una funzione curativa. Quello che Williams e Baldi sembrano voler dire è che il punk rock non è una medicina, non ci si avvicina ad esso per la sua funzione salvifica ma lo si integra come forma espressiva del proprio disagio. Una piacevole prova quindi, con le dovute precauzioni, che non può farci pensare nella sua crudele ingenuità alle parole dell’immenso D. Boon che cantava: ”Me and Mike Watt played for years/ Punk rock changed our lives.  

 

Voto: 7/10
Ruben Gavilli

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