Migliora leggibilitàStampa
29 giugno 2013 , ,

Glenn Jones

MY GARDEN STATE

2013 - Thrill Jockey Records
[Uscita: 14/05/2013]

glenn jones# RACCOMANDATO DA DISTORSIONI

 

Glenn Jones, storico membro e fondatore dei Cul De Sac, formazione post rock di culto e di grande talento, si proclama da sempre discepolo e adepto di quella che lui chiama la "Scuola di Takoma". Il riferimento è naturalmente a John Fahey, maestro indiscusso (e troppo spesso dimenticato) di autentico folk-blues e fingerpicking che a Takoma Park, Maryland (sobborgo di Washington DC) ebbe i natali e al paese natio intitolò la propria, gloriosa, etichetta discografica (la Takoma Records, appunto). Glenn Jones anche e soprattutto nella sua carriera solista continua a cercare un preciso contatto, musicale e spirituale col suo maestro, lui che insieme ai Cul De Sac aveva collaborato con lo stesso Fahey per il meraviglioso e sperimentalissimo The epiphany of Glenn Jones (un disco di non facile ascolto, va detto, ma lo sforzo viene ampiamente ricompensato). “My garden state”, ultima fatica del nostro, si muove totalmente sulla scia dell’American Primitive, quel suono primitivo, naif, assolutamente puro, al di là di qualsiasi revival che rese grande (e forse inimitabile) John Fahey; una miscela di blues, country rurale, fingerpicking, per sola chitarra (o banjo), bozzetti sonori di rustica ed emozionante intensità. E se è pur vero che il lavoro chitarristico di Jones non si discosta molto da quanto aveva già detto (e meglio) John Fahey l’operazione suona assolutamente sincera. Si percepisce che quella di Glenn Jones non è semplice imitazione di un modello ma un vero e proprio culto, portato avanti con passione e soprattutto con schietta onestà. Il disco suona cristallino (forse anche un po’ troppo: un minimo di “sporcizia” in più non avrebbe guastato), la chitarra acustica è sfruttata in tutto il suo registro armonico, ogni minimo particolare sonoro viene registrato e valorizzato. Un disco, insomma, minimale e allo stesso tempo pieno, gonfio di suono; pacato e allo stesso tempo assai dolente (in pieno stile folk-blues primitivo: un idillio sotto cui striscia la tragedia). I dieci pezzi di cui si compone My Garden State riescono a fondere, forse paradossalmente (ma poi neanche tanto), l’approccio sperimentale, mai sopito nel chitarrista, con le più autentiche radici dell’America rurale, ma senza le pretenziose mollezze di mille altre formazioni neo-folk o (ancor peggio) indie-folk: niente moda, niente revivalismo d’accatto, solo una chitarra (in accordatura aperta) e un chitarrista seduto in veranda a suonare il blues al tramonto.

 

Voto: 7/10
Luca Verrelli

Video

Inizio pagina