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30 settembre 2018

Orbital

MONSTERS EXIST

2018 - ACP Recordings
[Uscita: 14/09/2018]

Inghilterra

 

Orbital_MonstersExist_Cover-400x400Il viaggio siderale della nave astrale Orbital non poteva finire nel vuoto universo dell’iperspazio di matrice gibsoniana, così come per ben due volte annunciato dagli stessi commodori Hartnoll, dapprima nel 2004 e poi nel 2012. Gli alfieri della musica elettronica britannica a partire dagli anni Novanta, capaci di dare alle stampe pietre miliari soniche quali il “Green Album”, il “Brown Album” e, ancor più, “Snivilisation”, “In Sides”, “ The Middle Of Nowhere”, o anche i fantastici live sets (“Live At Glastonbury 1994-2004” su tutti) fino all’ultimo intrigante “Wonky”, a ridosso di quest’ultima fatica avevano dichiarato conclusa la loro avventura cosmica, così come era avvenuto dopo “The Altogether”, già nel 2004. Prova ne sia il fatto che i due fratelli, Paul e Phil, si erano mossi su rispettive piste solistiche, dagli esiti però tutt’altro che brillanti. A distanza di sei anni dal citato “Wonky ecco che vede la luce questo ammaliante quanto bizzarro progetto discografico, “Monsters Exist”, via ACP Recordings. Un corpus centrale, costituito dall’album vero e proprio, e un’insolita deluxe edition, contemplante altri due cd di remixes, di cui si poteva anche fare a meno. Il disco è, tuttavia, alquanto ammaliante. Le sonorità in esso presenti rimandano alle atmosfere di “Snivilisation; d’altronde, i due fratelli Hartnoll in fatto di classe compositiva nel campo dell’elettronica non sono secondi a nessuno. Un affresco potente e al calor bianco di una società totalmente disumanizzata, vista tuttavia sotto la lente dell’umorismo, peculiare agli Orbital da sempre, seppur tuffato in soluzioni alla soda caustica. I nove frammenti del disco vanno a comporre un puzzle di mero delirio elettronico, con puntate nel rave più acido e dissacrante degne della grande storia del duo inglese.

 

Orbital foto 1Già con l’inaugurale Monsters Exist, si ha il senso di quello che sarà lo sviluppo successivo dell’album: una perfetta traiettoria di scintille fluorescenti che terminano la loro parabola in un cangiante arcobaleno di cupe rifrangenze. Il corrosivo humour di Hoo Hoo Ha Ha fa da schermo al greve impianto industrial di The Raid, base percussiva sintetica su uno sfondo di suoni oscuri con screziature vocali in sottofondo. Alle sonorità tipiche degli anni Novanta si accosta poi la linea siderale di P.H.U.K (acronimo di Please, Help United Kingdom), una cascata di suoni scintillanti gremita di ologrammi apocalittici. Tra le altre perle dell’album ci preme evidenziare, ad esempio: la cupa distesa sonica di Buried Deep Within, rinviante a visioni di moltitudini schiacciate e Orbital foto 2rese inermi da forze oscure in impossibili megalopoli; la scheggia musicale dal tipico incedere kraut di Vision One; la conclusiva discesa nel gorgo cosmico rappresentata dalla conturbata atmosfera di There Will Come A Time, con la voce dello scienziato Brian Cox, celebre fisico e docente all’università di Manchester e alla Royal Society di Londra, profeta della civiltà multiplanetaria, a far da suggello a un album che, pur tra luci e ombre, rileva come brillante, senza alcun dubbio. Che la rotta verso altri mondi continui. Lunga vita agli Orbital. 

 

Voto: 7,5/10
Rocco Sapuppo

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