Migliora leggibilitàStampa
1 gennaio 2018 ,

Oumou Sangarè

MOGOYA

2017 - No Format
[Uscita: 19/05/2017]

Mali    #consigliatodadistorsioni

 

Oumou Sangaré è molto più che una cantante, sia pure una delle più grandi del suo continente, è un’attivista dei diritti umani, un’imprenditrice, un’oppositrice delle mutilazioni femminili e della poligamia. Abbandonata dal padre all’età di due anni, a tredici era già una star, capace di mantenere la propria famiglia esibendosi in strada, a matrimoni e feste. A Bamako, nel suo natìo Mali, ha costruito, anche personalmente, l’Hotel Wassoulu, un albergo di trenta stanze in cui è solita ospitare e far esibire musicisti, oltre a suonarci. In merito dichiara di aver costruito l’hotel per dimostrare alle sue connazionali come la loro vita possa migliorare attraverso il lavoro e che quell’esempio è servito a convincere molte di esse a intraprendere piccole attività. Sembrano, a noi occidentali, banalità, ma nell’Africa nera non lo sono affatto.

 

D’altronde, Oumou, che è anche ambasciatrice FAO per il proprio Paese, dichiara di non volersi dedicare alla politica, ritenendosi più libera di propagandare le proprie idee in veste di artista. Ed è questo l’aspetto che più ci interessa, con il massimo rispetto per le sue attività “accessorie”, visto che otto anni sono passati dall’uscita di “Kounadia”, il suo precedente album: ebbene, l’attesa è stata premiata, “Mogoya” è un grande disco di musica africana, in particolare basata sui suoni tipici dell’etnia maliana Wassoulou, alla quale la cantante appartiene. Gli strumenti tradizionali, il djembè, ben conosciuto anche da noi, e il kamale n’goni, una variante più piccola dell’arpa a sei corde dalla cassa in legno ricoperta da pelle di capra, rimangono in primo piano, ma l’ipnotico tessuto sonoro tipicamente maliano è sorretto da percussioni poliritmiche e intricate linee di basso, oltre che da sintetizzatori e chitarre elettriche, sempre utilizzati in modo estremamente appropriato, lasciando il proscenio alla strumentazione tradizionale. In Yere Faga compare l’immarcescibile Tony Allen, vera, inconfondibile leggenda dell’afrobeat, uno che ha letteralmente inventato un modo di suonare la batteria, che, però, si presta, pur con il suo stile, al “Sangarè sound”, un micidiale pastiche di blues del Mali e funk primordiale la cui straniante potenza non ha nulla da invidiare a quella degli immortali dischi di “Brother Fela”. E poi c’è lei, la sua voce capace di carezze e tagli, l’incredibile personalità che così facilmente riesce ad affermare, la sua capacità di recitare poesie e di raccontare storie che riusciamo a intuire anche senza capire una sola parola di quanto sentiamo. E c’è un magnifico codazzo di coriste, capaci di enfatizzare, se ce ne fosse ancora bisogno, le sue capacità. Sarebbe difficile scegliere tra i nove brani dell’album quello, o quelli, migliori: il livello è altissimo ovunque. Uno dei dischi dell’anno, sicuramente.

Voto: 8,5/10
Luca Sanna

Social     No Format   


Audio

Video

Inizio pagina