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5 Settembre 2014 , ,

Desertshore MIGRATIONS OF GLASS

2014 - Caldo Verde Records
[Uscita: 19/08/2014]

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Le due menti che guidano il progetto Desertshore provengono da direzioni  a dir poco diverse: Chris Connolly è un pianista di impostazione classica che ha studiato in California insieme a nomi come Julian White e Sharon Mann e allo stesso tempo è un biochimico laureato alla UC Berkeley; Phil Carney è un chitarrista rock che ha militato in diverse formazioni di San Francisco, tra cui i Red House Painters e, successivamente, i Sun Kil Moon. L’alchimia di questi due elementi ha dato origine ai Desertshore, un progetto che è stato nella sua storia influenzato da diversi contributi esterni: un esempio è la collaborazione con Mark Kozelec, il leader dei gruppi sopra citati, che in “Mark Kozelec & Desertshore” ha prestato la sua voce per le canzoni del duo. L’intensa produzione dei Desertshore ha prodotto, nel giro di quattro anni, quattro lp che affondano le radici in un post rock dai suoni e dall’impostazione psichedelica, arrivando con questo ultimo lavoro ad approfondire ed allargare i confini del rock strumentale. Migrations of glass si apre in punta di piedi con un’affascinante introduzione ambient; il mondo dentro cui il duo vuole immergerci viene presentato da lontano, filtrato attraverso una lente opaca e servito all’ascoltatore con un uso seriale di riverbero e delay. Glasslight è senza dubbio il momento più interessante dell’album, un inizio che promette molto bene, una carezza sonora che predispone l’animo ad accomodarsi sulle dolenti ma serene note con cui si apre l’opera. Forse è proprio questo carico di grandi aspettative il motivo per cui dopo si ascolta con non poca delusione Until morning comes, una canzone che non mantiene alcuna delle promesse fatte, e che anzi si rivela una semplice ed infantile ballata, una noiosa passeggiata musicale.

 

desertshoreL’album si riprende con un colpo di reni inaspettato e torna con brio a sorprendere, accelerando il ritmo con Crosstown steven, una traccia che con un sette ottavi dai connotati progressive torna a far girare bene il lavoro; una corsa calma, controllata, di quelle che fanno godere il paesaggio senza bisogno di inutili scosse adrenaliniche. L’arpeggio di piano cadenza il ritmo semplicemente, e la batteria sostiene con grazia il passo leggero e veloce del brano, il tutto circondato da una chitarra morbida e allo stesso tempo, nei suoi passaggi, ben definita. La seguente Forevermore è una lenta, monotona, inconsistente canzone basata su un giro di accordi scontato e regge tutta la sua forza su un assolo di chitarra che non mostra nessun carattere, costruito attorno a melodie asettiche e passaggi inespressivi. L’ultima sorpresa viene offerta da Tempest armada, un’orientaleggiante ed ipnotico giro che avviluppa bene l’ascoltatore, ma che viene portato avanti troppo a lungo, risultando alla fine piuttosto fine a se stesso; gli de1ultimi sette minuti in sostanza non aggiungono nulla che non sia già stato detto nei primi quattro. Solo il climax dinamico crescente rende in qualche modo piacevole il brano. Giusto alla fine una canzone degna di questo nome: Mesa verde è perfetta per concludere l’album, con il suo incedere lento e psichedelico abbassa il sipario sul disco e saluta con un ultimo, riflessivo viaggio l’ascoltatore. Migrations of glass è un disco che offre spunti interessanti, ma sarebbe dovuto essere un ep: le idee messe in campo non bastano a colmare un intero cd, con un genere (il rock strumentale) difficile da sostenere senza cadere in consumati clichè ed appassite formule. Complice l’intensa attività di produzione, il disco presenta non poche luci, ma troppe ombre e cali di lucidità che compromettono seriamente l’intero lavoro.

 

Voto: 5.5/10
Lorenzo Berretti
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