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18 febbraio 2017 ,

Bonobo

MIGRATION

2017 - Ninja Tune Records
[Uscita: 13/01/2017]

Inghilterra  

 

bonobo-migration-2-350x350Nel 2003 “Dial 'M' for Monkey” aveva l’aria di essere il lavoro giusto al momento giusto. In un periodo dove, dopo il polverone smosso sul finire degli anni Novanta dal trip hop e dalla jungle d’Oltremanica e la successiva spinta propulsiva di gente quali Chemical Brothers o Daft Punk, l’elettronica e la dance cominciarono a incuriosire e a conquistare anche i giovani rockettari underground, stufi di una scena post rock ormai agli sgoccioli. Il sesto lavoro in studio di Bonobo (Simon Green),Migration”, l’ennesimo per la Ninja Tune Records, può essere ascoltato con la stessa chiave di lettura di dieci anni fa per Dial 'M' for Monkey. Sostanzialmente i suoni sono invariati ma il disco risulta al passo con tempi. Il quarantenne producer londinese (ma ormai da anni residente a Los Angeles) dimostra quindi di rimanere fedele alla sua alchimia musicale, ma aggiornata agli anni Dieci di Duemila. Migration, album molto atteso e le cui aspettative forse avevano superato il risultato, risulta essere un disco malinconico, esternamente raffinato e prodotto da un musicista maturo e sempre alla ricerca di soluzioni che arricchiscano sempre più il suo downtempo. Brani come il pezzo d’apertura Migration o Outlier sembrano scritti a braccetto con Four Tet o Jon Hopkins (coinvolto al pianoforte in Migration), due pesi massimi tra i più noti della scena elettronica degli ultimi anni. Poi Break Apart, con la partecipazione della cantante danese Rhye che rimanda a sonorità black che non sfigurerebbe nel repertorio di un Bon Ever.

 

Echi di trip hop in Grains, che denota un ottimo arrangiamento e una buona amalgama di suoni e di ritmi: il nostro pezzo preferito del disco. L’arpeggio iniziale di Second Sun ricorda addirittura le sonorità post rock dei primi Good Speed You Black Emperor. Nelle bonobodinamiche e nei mix si percepisce un certo rimando alla world music che Green aveva già affrontato nel precedente “The North Borders” e che qui vengono riproposte in brani come Brambo Koyo Ganda, scritto in collaborazione con il gruppo marocchino Innov Gnawa, o in Kerala. Non mancano le collaborazioni illustri come quella in No Reason con Nick Murphy (si tratta dell’ultra noto Chet Faker, idolatrato dal pubblico indie ma dal talento discutibile: in pratica la hit del disco. Altra vetta del disco è Surface in duetto con Nicole Miglis, la bella voce degli Hundred Waters, altro momento pop e meglio riuscito rispetto al duetto con Murphy. A conti fatti Migration dimostra che la miscela di Simon Green funziona ancora, ma rimane un lavoro troppo affine a quelli passati. Il downbeat di marca Bonobo potrebbe osare qualcosa di più e non lo fa. Quali potrebbero essere, se ci saranno, le evoluzioni del sound di Simon Green? Potrebbero assumere sempre più i connotati della world music o forse, come ci indicano tanti indizi in questo Migration, ad avere la meglio sarà una svolta electro pop di marca britannica. 

 

Voto: 6.5/10
Mauro Tomelli

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