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28 giugno 2017 ,

Martin Rev

DEMOLITION 9

2017 - Atlas Realisations
[Uscita: 26/05/2017]

Stati Uniti  

 

Uno degli alfieri della scena elettronica newyorkese dalla metà degli anni ‘70 Martin Rev, costruttore insieme al compianto Alan Vega (deceduto lo scorso anno) nei leggendari Suicide, di devastanti incubi metropolitani, di paesaggi sonori ebbri di allucinazioni avernali, di deliranti visioni di creature da sottosuolo dostoevskijano, ritorna dopo otto anni dal suo ultimo lavoro solista “Stigmata”, con quest’opera, “Demolition 9”, intessuta di ben trentaquattro tracce, fulminei segmenti sonori disegnati ai limiti del baratro.

È un album di mera esplosione espressiva, piccole tele astratte per una pittura diretta a contemporanei della fine del mondo. Elettronica primordiale che incrocia teorie oblique del rumore cosmico (Stickball), intarsi di deviante spiritualità intersecata da sfumati cori di angeli caduti che tendono vanamente a improbabili redenzioni (Salve Dominus, Deus, Pace, Te Amo, Requiem, Salvame, Dies Irae, Venitas, Pieta, Beatus).

 

martinfoto1In quest’album tormentato e complesso Martin Reverby tenta la difficile sintesi tra avanguardia e musica sacra, si muove sul confine che separa i vivi dai morti, recuperando stilemi peculiari al suo canone compositivo, camminando come un acrobata senza rete sopra il filo della provocazione artistica che incontra l’anelito quasi kafkiano ad altezze spirituali che si dimostrano inattingibili.

rev foto 3Egli si destreggia ora lungo le linee di quiete di una mistica del Nulla, ora negli arsi territori del suono più selvaggio e solitario visitato dai demoni della perdizione, risultando assai più convincente in quest’ultima istanza (Into The Blue, Now, In Our Name). D’altronde, il talento dissacratorio di Martin è rimasto intatto nei lustri, e lo spirito di mera devastazione e destrutturazione sonica che aleggiava sui Suicide è presente tuttora in gran copia nel suo sentire.

Non mancano i momenti in cui il gusto del paradosso di Martin si traduce in puro divertissement sonoro (Blayboy, Rbl, Tacha’s Toy, Inside Out), sempre spiazzante perché in imprevedibile revalternanza con le tracce più intense e profonde. Come non sono assenti gli sprazzi di nuda e ustoria materia elettronica, vere e proprie staffilate di suono industriale che giungono come schegge venefiche ai padiglioni auricolari, bruciandoli (My Street, Creation, Concrete, She). Un’opera dalla complicata decifrazione, ostica e ardua, ma anche ardita e intrigante, e alla fine avvincente. 

 

Voto: 7/10
Rocco Sapuppo

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