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5 aprile 2012 , ,

The Magnetic Fields

LOVE AT THE BOTTOM OF THE SEA

2012 - Domino Records
[Uscita: 6/03/2012]

magnetic fields love at the bottom of the seaTornano i Magnetic Fields, ovvero il gruppo di Stephin Merrit, prolifico compositore salito al culto grazie al monumentale triplo album “69 Love Songs”. Un'opera dedicata all'amore in tutte le sue forme, anche quello per un cane o per una città. Di quel disco aveva colpito la varietà stilistica che affrontava i vari sottogeneri del pop con una felicità creativa ragguardevole. Anche il disco seguente “I", manteneva un concept particolare: tutti i titoli cominciavano con la lettera i. Dopo due dischi interlocutori Merrit e soci realizzano il decimo disco, “Love at the bottom of the sea”. In questo disco è il pop elettronico a dominare dall'inizio alla fine. Niente chitarre o archi, solo synth e drum machine, gli strumenti che Merritt aveva eliminato nei tre dischi precedenti. Lo stile si mantiene immediatamente riconoscibile, con melodie fresche e accattivanti rese più varie dall'alternanza delle voci, quella baritonale del leader e quelle femminili di Claudia Gonson e Shirley Simms, collaboratrici storiche.

 

Le canzoni sono quindici, tutte appena sopra i due minuti di durata, come  all'epoca aurea del juke box. L'atmosfera è molto anni 80, un pezzo come Infatuation (with your gyration) o The Machine in your head potrebbe uscire da un disco degli Human League (non so se è un complimento, ma queste canzoni sono carine). Spicca il valzerone The only boy in town, che con un arrangiamento radicalmente diverso starebbe bene in un disco dei Pogues. In generale il tono dell'album è scanzonato, come in Goin' back to the country; un mood malinconico molto inglese, sebbene il gruppo sia americano, appare in I've run aways to join to fairies. Il tocco compositivo di Mr Merritt è sempre ispirato, ma il disco non ha quel qualcosa che lo porterà nella leggenda, forse sono i brani troppo brevi, forse la minore originalità rispetto ai dischi precedentemente citati, dove una maggiore varietà stilistica dava peso alla riuscita dell'operazione. Non si esce dalla famigerata categoria del “carino”, non c'è una canzone come When you were my baby (su “The wayward bus”) che entra nelle orecchie sin dal primo ascolto. Un disco gradevole ma che sa un po' di irrisolto.

 

Alfredo Sgarlato

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