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5 giugno 2015 , ,

Stone Jack Jones

LOVE AND TORTURE

2015 - Western Vinyl Records
[Uscita: 17/03/2015]

Stati Uniti   #consigliatodadistorsioni   

 

Stone Jack Jones Love and TortureStone Jack Jones, l'uomo dagli occhi di ghiaccio è tornato. A poco più di un anno dalla pubblicazione di “Ancestor”, l'album che aveva rotto un silenzio lungo otto anni, ecco questo “Love And Torture” a riprendere le  fila. Jones ci invita nel suo universo personale, fatto di suoni soffusi e sospesi, atmosfere folk noir, melodie antiche quanto universali, condotti nel viaggio dalla sua voce, bassa e ieratica, quasi definitiva. Dell'uomo e della sua singolare storia abbiamo parlato proprio in occasione dell'uscita di “Ancestor” ed a quell’articolo rimandiamo il lettore. Oggi abbiamo fra le mani un nuovo capitolo, un altro pezzo di vita, altre dieci canzoni sussurrate e apparentemente svogliate, ma capaci, una volta raggiunta la giusta la sintonia, di estraniarci da tutto ciò che è immanente, in ragione di uno stato onirico dove solo il sentire primigenio ha ragion d'essere, il mistero della vita, la morte, l'amore che è salvezza. E tortura. Ben ci introduce la copertina, una china di UlrikeTheusner raffigurante una danza macabra protagonisti una lei tanto simile alle illustrazioni della messicana Santa Muerte ed un lui a metà fra un fauno ed un diavolo che stringe in mano la lunga coda.

 

La compagnia che ci accoglie è la stessa dell'album precedente, Roger Moutenot è ancora il produttore e responsabile di buona parte dei synth, noise e drum machine che si mescolano alle chitarre acustiche e banjos di Jones. Primo merito di Roger è aver nascosto sapientemente tanta tecnologia fra le pieghe di una musica che sembra antichissima, un folk ed un rock  psichedelico quanto lirico, che soltanto ad un ascolto distratto può apparire monocorde. Certo, l'atmosfera è uniforme, ma ad ogni 14334543517_1a7e6e6cc2_bsuccessivo viaggio sonoro, ci accorgiamo di linee di mandolino o di sfumature di chitarre che erano ben nascoste, e l'attenzione si fissa ora su una sequenza in loop, ora su un coro sussurrato; efficace a questo proposito l'amica Patty Griffin, presente in due brani soltanto, il secondo dei quali, Ships, ci ha stregato immediatamente. Si parte con un bagliore: Shine, l'altro brano con l'apporto della Griffin, è la contemplazione del Paradiso, come almeno potrebbe essere, ci dice Jones, e lui è uno che se ne intende, se è vero che almeno in un paio di occasioni ha vissuto esperienze pre-morte causa la sua misteriosa malattia simile ad un'epilessia, alla quale nessun medico ha dato un nome preciso.

 

La successiva Thrill Thrill è, all'opposto, la paura della morte stessa, la sensazione di essere soli, davanti alla fine, una lenta ballata impreziosita da fiorellini elettronici; la scaletta prosegue, Q and K va a velocità di crociera mentre in Circumstance troviamo il Lambchop Kurt Wagner che anche questa volta non ha voluto far mancare il suo apporto. Ships con una delicata Patty Griffin è un gioiello di dolcezza ben dosata, mentre Disappear si apre con buzz elettronici che lasciano spazio al racconto di Jones, malgrado 462247559_1280x720alla voce sia accreditato anche uno…spettro. Segue Russia, voci confuse e la moglie di Jones, Hollis, che legge le liriche di Alexander Blok, fra effluvi di vodka ed un curioso assolo finale di penny whistle. Song è altra ballata dolcemente ossessiva, mentre Who, il brano più lungo dell'album, poco oltre i sei minuti, ha un andamento simile alla Good Enough di Ancestor ma gli ultimi due minuti sono un lento delirio di suoni dissonanti interrotti da rumori di scariche statiche. Si chiude con Say Amen, preghiera alla vita stessa, una frase ripetuta come un mantra, un'incantesimo che mantiene in vita chi è abituato a vivere ogni giorno sul filo di un invisibile rasoio. E su quella lama ha imparato a ballare.

 

Voto: 7.5/10
Giampiero Marcenaro

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