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18 luglio 2013 , ,

The Mantles

LONG ENOUGH TO LEAVE

2013 - Slumberland Records
[Uscita: 18/06/2013]

mantlesDalle parti di San Francisco, da dove arrivano questi quattro ragazzi, deve soffiare ancora un leggero venticello proveniente dalla direzione e dal tempo della “summer of love”, se ci dobbiamo fidare del suono che fluisce dolce dalle nostre casse al roteare, nel lettore CD, di questo disco. Che è il secondo “full length” dato alle stampe dai Mantles, nonostante siano sulla scena dal 2007, e segna un cambiamento di rotta rispetto al precedente omonimo lavoro ed allo stile degli inizi del loro sodalizio, incline a un suono garage abbastanza sporco e aggressivo, per dirigersi verso un guitar pop venato di folk, surf, psichedelia e jingle-jangle con profonde radici nei lontani ma sempre presenti anni ’60. Sono quindi ovvie e preponderanti le influenze byrdsiane, ma c’è dentro profumo proveniente da questo lato dell’Atlantico (Beatles, Kinks, Syd Barrett) e anche qualcosa di più recente (in qualche modo echeggiano il desaparecido Lloyd Cole e la scena pop britannnica degli anni ‘80).

 

Va detto che, citati tutti questi numi tutelari, rischiamo di derubricare i nostri Mantles a band revivalista e nulla più, ma sarebbe un errore: l’approccio è piacevolmente rilassato, i suoni, pur curati, arrivano ancora dal garage, e il risultato, di conseguenza, è molto piacevole e personale, con l’onnipresente chitarra e la voce piuttosto scorticata di Michael Olivares in primo piano. Sin dalla prima canzone, l’ottima e paradigmatica Marbled Birds, capiamo dove i ragazzi vogliano andare a parare: chitarra “twang” in puro stile Byrds e tamburello aprono le danze, poi arriva il basso ed eccoci in spiaggia, davanti alle onde del Pacifico che sembrano andare e venire allo stesso ritmo degli “ahh” del contagioso mantles coretto gentilmente offerto dalla batterista Virginia Weatherby. La seguente Hello ha un tiro un po’ kinksiano, con qualche chitarrone in più, poi arriva la “title track”, dall’arpeggio onnipresente, quindi Reason’s Run, quasi garage nell’approccio, uno dei pezzi più riusciti dell’album. Raspberry Thighs è una ballata semiacustica dal “mood” psichedelico, seguita da Brown Ballon, che valica l’oceano e si fa un giretto dalle parti degli Smiths, quindi ecco Bad Design, scura, circolare, e Don’t Cross Town, ancora una ballata condotta dalla chitarra, questa volta elettrica. Si chiude con More That I Pay, dall’arpeggio twangy irresisitibile, altro punto di forza del disco e con Shadow Of Your Step, un finale lento e malinconico, in effetti un registro che permea un po’ tutto il lavoro, anche se spesso mimetizzato dal jingle-jangle solare. Dunque, un lavoro riuscito, curato, contagioso, estivo ma non banale.

 

Voto: 7/10
Luca Sanna

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