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2 marzo 2016 ,

The White Stripes

LIVE AT GOLD DOLLAR III

2015 - Third Man Records
[Uscita: 20/12/2015]

Stati Uniti    

 

white stripes covertmr345_550Uscita numero 26 per il Vault Club di Jack White. Infatti questo “Live at Gold Dollar III” è una pubblicazione che non verrà mai messa in commercio da mister Third Man: potrà essere acquistata solo dagli iscritti al Vault Club di Third Man Records, che consente agli iscritti di potersi accaparrare uscite e dischi esclusivi a cadenza trimestrale.

Compresi nel package di questo “Live…” ci sono anche una locandina originale, foto del gruppo, spille e un singolo dei Dead Weather. Si tratta della ventiseiesima uscita che propone un concerto al Gold Dollar di Detroit del 6 febbraio 1999, pochi mesi prima l’uscita dell’esordio del fortunato duo. Se l’operazione risulta poco chiara, le 16 tracce che compongono il disco non aiutano. Non mancano i momenti godibili degni di un gruppo in odore di leggenda e santità quale il duo è diventato nel corso degli anni, sebbene spesso i pezzi risultino farraginosi. Conseguenza dovuta ad una dimensione live che non aiuta i due White; non c’è una perfetta sintonia tra chitarra e batteria, ragion per cui la maggior parte dei pezzi sono dominati dai fuzz atonali di Jack e dalla sua voce dall’estensione poco elastica. 

Bisogna comunque ricordare che qui si offrono stralci quasi archeologici dell’avventura dii White Stripes. Le canzoni del primo album ci sono quasi tutte: mancano all’appello un classico come St. James Infirmary Blues e un cavallo di battaglia dal vivo come Screwdriver (contenuta in un’altra raccolta live, “Walking Witha Ghost”); c’è tempo per un medley che vede la compenetrazione di presente/passato/trapassato con Cannon/John The Revelator/ Grinnin’ In Your Face (White Stripes, tradizionale, Son House).

 

jackL’inizio torrenziale, che è anche uno dei migliori momenti, è relegato allo stomp sonico di Broken Bricks e poi partono in fila i blues naif della premiata ditta White: ora isterici (Jimmy the Exploder, Astro, Sugar Never Tasted So Good) ora politici (Little People, The Big Tree Killed My Baby) e quelli tradizionali (Stop Breaking Down, Suzy Lee). Il classico momento melodico è affidato a One More Cup Of Cofee. Il pezzo migliore è modellato sul riff raffreddato di Do, dove gli strumenti costruiscono finalmente una trama d’insieme; attimi godibili e davvero energici sono la stoogesiana Red Bowling Ball Ruth (b-side di The Big Tree Killed My Baby) e la conclusiva Let’s Shake Hands (primo singolo di White Stripes, 1997).

megInclusa in scaletta c’è anche una prima versione di Dead Leaves On A Dirty Ground, che finirà in “White Blood Cells”, terzo album del duo (2001). Per il resto questo live è completo di tutto: si riesce a percepire la puzza di rock indipendente e di locale fumoso; non mancano i momenti in cui Jack White scherza col pubblico, in cui lo esorta ad acquistare prodotti di un’etichetta locale, in cui annuncia quasi spaurito l’uscita imminente del loro esordio (a giugno ’99). Se siete fan incalliti forse non potrete perdervi questa chicca patinata; se non lo siete, mancare questo ascolto non cambierà di certo la vostra vita. 

Voto: 6/10
Ruben Gavilli

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