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6 marzo 2017

Grandaddy

LAST PLACE

2017 - 30th Century Records
[Uscita: 3/03/2017]

Stati Uniti    #consigliatodadistorsioni

 

 

A volte ritornano, anzi dovremmo più correttamente dire: molto spesso ritornano. Infatti ormai il rock di questi anni è sempre più costellato di reunion e di riapparizioni di musicisti o band che ormai pensavamo confinati nel ricordo di un passato più o meno glorioso. E ora è la volta dei Grandaddy, il gruppo fondato nel 1992 e dichiarato disciolto nel 2006, dopo quattro album pubblica adesso “Last Place”, dando così ragione a chi, dopo la breve reunion del 2012, che aveva visto la band esibirsi nuovamente in un breve tour, aveva sperato in un ritorno a pieno regime. Il leader Jason Lytle dopo lo scioglimento si era ritirato fra i boschi del Nevada e aveva pubblicato due dischi in piena ottica lo fi che celebravano, anche nell'iconografia delle copertine, il mito americano dell'uomo solitario, rude, che, alla vita frenetica della città, preferisce la vita selvaggia idealizzata dal Walden di Henry David Thoreau. Ma la vita spesso porta a nuovi cambiamenti, i matrimoni vanno in pezzi e magari si sente la necessità di tornare indietro a riavvolgere i fili di storie che evidentemente non sono del tutto finite, così Lytle decide di lasciare le montagne del Nevada e ritornare a Modesto e riaprire la porta alla rinascita dei Grandaddy, l'ultimo posto, l'ultima carta da giocare?

 

Le tematiche di “Last Place” oscillano fra malinconia, nostalgia, ma anche apertura alla speranza, vero che «Where there was love now there’s some other stuff» (This Is The Part), ma non mancano i motivi per accettare con moderato ottimismo la vita: «out with your friends, I hope it never ends» (That’s What You Get For Getting Outta Bed). Ma la cosa più importante e migliore per noi che abbiamo amato le sghembe melodie imbastite dal 'nonnetto' è che lo ritroviamo in gran forma, il disco si ascolta con lo stesso godimento che abbiamo provato davanti a capolavori come “The Sophtware Slump”, la stessa sapienza negli arrangiamenti e nell'utilizzo di un'elettronica lo-fi e vintage a disturbare la classicità dell'incedere dell'orchestrazione, lo stesso inimitabile fascino della voce tremula, scura, evocativa di Lytle in dolce contrasto con la spigliata frizzantezza della musica. Vero che rispetto ai dischi precedenti adesso manca l'effetto sorpresa, la gioia della scoperta, ma è anche confortevole e piacevolissimo ritrovare a distanza di anni quelle stesse emozioni che ci avevano avvolto e conquistato in un momento diverso della nostra vita, assaporandole come se queste canzoni fossero il nostalgico profumo delle madeleine.

Voto: 7,5/10
Ignazio Gulotta

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