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6 gennaio 2017 ,

Abou Diarra

KOYA

2016 - Mix et Métisse
[Uscita: 10/11/2016]

Mali    #consigliatodadistorsioni

 

Riuscire a trovare una sintesi tra elementi musicali estranei e provenienti da altre zone del pianeta e ciò che invece è autoctona espressione della propria tradizione e della propria storia culturale e sociale, questa sembra essere la strada e la scommessa di buona parte dei migliori musicisti africani in questo primo scorcio di millennio. Se in un primo momento sono stati i musicisti occidentali a muoversi verso il continente africano (naturalmente anche verso altre zone geografiche, ma qui ci limitiamo a fare riferimento alla sola Africa) alla scoperta di suoni e ritmi inediti, è stato poi inevitabilmente il turno dei musicisti africani di andare verso Nord e come ogni incontro anche questo ha prodotto cambiamenti proficui e fruttosi su entrambi i fronti.

Esempio di questo riuscitissimo innesto fra elementi tradizionali e occidentali li abbiamo evidenti in “Koya” del maliano Abou Diarra. L'operazione centrale tentata e riuscita dal musicista maliano consiste nel fare incontrare il blues afroamericano con la musica Mandingo della sua terra, senza che questo significhi snaturare, annacquare la forza e l'ispirazione della musica prodotta. Operazione non originale, si dirà, vero, ma qui a differenza che in Tinariwen, Tamikrest, Imarhan o Bombino, protagoniste non sono le chitarre elettriche, ma uno strumento acustico tradizionale come il kamele n'goni che Diarra suona con uno stile in cui influenze blues e jazz si combinano con l'aderenza alla tradizione.

 

In “Koya”, il titolo è il nome della madre di Abou Diarra, gli arrangiamenti riescono a trovare un equilibrio perfetto fra elementi tradizionali, non solo lo n'goni, ma anche la kora, magistralmente suonata dal grande Toumani Diabate e naturalmente il canto e le percussioni, e strumenti occidentali la chitarra, la tastiera, il flauto, i sample curati da Nicolas Repac, anche produttore del disco, e strumenti come l'armonica o il contrabbasso che è molto raro trovare nelle musiche africane.

Il mood dominante nel disco è quello malinconico nostalgico che spesso caratterizza l'anima maliana contemporanea, sulla quale non possono che riverberarsi una situazione sociale difficoltosa, quando non drammatica, ed esistenze personali connotate da esilio e lontananza, una natura tanto aspra e ostile quanto meravigliosamente affascinante; anche se non mancano episodi più lieti, in cui diventa centrale l'elemento comunitario, come nei due episodi, Sougou Mandi e Kamalen Kolon, nei quali è coprotagonista la voce femminile di Mariam Tounkara. Ma i brani che stupiscono e colpiscono magnificamente sono quelli che maggiormente si confrontano con il blues, qui si esaltano lo straordinario virtuosismo di Diarra, la tensione creata dal dialogo fra gli strumenti, in particolare l'armonica, la chitarra, la kora, nelle due tracce in cui è presente, e lo n'goni, gli originali inserimenti del flauto, l'atmosfera evocata dai sample elettronici e il groove sostenuto della sezione ritmica. Non rimane spazio per citare le varie tracce, una più bella dell'altra anche nei suoi stupefacenti episodi strumentali.

 

 

Voto: 8/10
Ignazio Gulotta

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