Migliora leggibilitàStampa
18 dicembre 2017

Morbid Angel

KINGDOM DESDAINED

2017 - Silver Lining
[Uscita: 1/12/2017]

Stati Uniti  

 

Se ancora dopo quasi sette anni risulta impossibile ignorare quel grande manifesto sulla fine della musica metal che è stato “Illud Divinum Insanus”, qualcosa di grande in quell’impresa deve esserci pur stato. Difficile dimenticare la rapidità con la quale Trey Azagthoth ha azzerato il suo credito maturato in quasi trent’anni di onesta militanza nelle file della putrefazione per chitarre e doppio pedale. Un default dal quale è stato difficile riprendersi anche perché, come per i titoli cosiddetti tossici, nessuno acquistava più una sola azione dei Morbid Angel, anzi dell’unico angelo rimasto, visto che gli altri messaggeri oscuri si erano fatti luce altrove fischiettando furtivi. Pete Sandoval, nonostante le rassicurazioni del caso, è corso il più lontano possibile lasciando il rullante incustodito e una eredità difficilmente ricevibile. È così che Morbid Angel ha ricominciato da zero, anzi da meno due: una reputazione annientata e la responsabilità di aver scritto finalmente trasformato l’aggettivo death in un sostantivo.

 

Per queste ragioni “Kingdom Desdained” ha tutta l’aria di una miracolosa resurrezione da un coma che chiunque aveva dato per irreversibile. A organizzare la macumba rivitalizzante il superstite Azagthoth, un giovane batterista, Scott Fuller, il rientrante Steve Tucker e Erik Rutan alla produzione e defibrillatore. Il risultato dell’operazione è un disco di quasi cinquanta tiratissimi minuti che non possiede la vitalità dei lavori che hanno disegnato i confini di un genere, ma che con dignità respira in autonomia. Piles of Little Arms è il segno che il cuore della band ha reiniziato a battere e che ora occorre chiamare a raccolta coloro i quali ancora posseggono una t-shirt nera dei Morbid Angel acquistata nel 1995. La campagna nostalgia è efficace e ben architettata con un Tucker in grande spolvero, una fotografia nitida alla come eravamo sapientemente scattata da Rutan utilizzando la stessa pellicola di “Altars of Madness”. A tratti si risentono riff che sanno fare i riff come in D.E.A.D. e quell’impasto melmoso che generazioni di metallari hanno provato a riprodurre nelle peggiori cantine del globo terracqueo. Non mancano ovviamente salamelecchi stucchevoli e ammiccamenti ai bei tempi andati (Garden Of Disdain) ma complessivamente i Morbid Angel riescono a mantenere una loro occulta sobrietà lungo tutto il lavoro. I temi sono ovviamente quelli consueti del paganesimo ancestrale, degli sbudellamenti seriali e anche le soluzioni compositive sono quelle che potevamo immaginare anche prima di ascoltare il disco; tanto che appena ci si allontana, anche solo col pensiero, dal già scritto (Declaring New Law (Secret Hell)) ci si ritrova a fare i conti col ridicolo effetto “Illud” di cui si è già detto. Kingdom Desdained è un disco scritto con un occhio agli ultimi (fan) sperando di tornare tra i primi di un genere che però ha cessato di esistere se non nei capisaldi che gli stessi Morbid Angel hanno contribuito a scrivere e che forse bisognerebbe preservare dai loro stessi autori. 

 

Voto: 5,5/10
Luca Gori

Social     Silver Lining    


Audio

Video

Inizio pagina