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19 ottobre 2017 ,

Filthy Friends

INVITATION

2017 - Kill Rock Stars
[Uscita: 25/08/2017]

Stati Uniti

 

87672-invitationQuella dei supergruppi è una mania che colpisce un pò tutti, specie se ci si ritrova ad affrontare una pausa (o un definitivo stop) dell’attività del proprio gruppo, solitamente conseguente a un inaridirsi della vena creativa: mettiamoci assieme, qualcosa verrà fuori. Raramente, però, i risultati sono all’altezza delle aspettative. I Filthy Friends possono collocarsi nell’aurea mediocrità che contraddistingue queste operazioni. Entrino gli attori: Corin Tucker (Sleater-Kinney), Peter Buck (R.E.M., Minus 5), Scott Mc Caughey (Young Fresh Fellows, Minus 5, R.E.M. “aggiunto”), Kurt Bloch (The Fastbacks, Young Fresh Fellows) e Bill Rieflin (Ministry, King Crimson, anche lui nei R.E.M. dopo la defezione di Bill Berry). Non male, vero? E, a onor del vero, neppure questo "Invitation" è malaccio, basato su canzoni (tutte firmate Buck-Tucker) discrete che, però, sarebbero state riempitivi sugli album dei gruppi d’origine: roba che si ascolta volentieri, ma che non “rimane”. Non è che manchi l’energia, anzi, solo che non pare incanalata nella giusta direzione. Un esempio? Prendete Rieflin: un batterista di prima classe, abituato a sostenere ritmi difficili in contesti che lo impongono, adattatosi a suonare in maniera più lineare al momento dell’inserimento nei R.E.M., dove occorreva quel tipo di suono per dare continuità alle tipiche atmosfere dei georgiani, poteva essere sfruttato meglio.

 

Perché non tentare una scrittura più libera, meno legata ai cliché di provenienza? Anche perché si sarebbero potuti evitare certi fenomeni controproducenti quali l’inevitabile confronto tra la voce della Tucker (che spesso assume le sfumature di Patti Smith, come filthy-friends-pic-e1505361450170nell’introduttiva Dispierta) e quella, più espressiva e drammatica, di Michael Stipe nei brani più apertamente remmiani (il poker costituito dalla sequenza Windmill, Faded Afternoon, Any Kind Of Crowd e Second Life), il cui limite è, appunto, rappresentato dall’essere troppo adatti a venire interpretati dall’ex frontman del gruppo di Buck. La cantante si trova decisamente più a suo agio nelle canzoni che si avvicinano maggiormente allo stile delle Sleater-Kinney (The Arrival, No Forgotten Son, Makers, in quest’ultima - come in Brother - compare Kirst Novoselic al basso) e, paradossalmente, nella title track, un piacevole esercizio di stile country, molto tradizionale ma efficace, che chiude l’album. Invitation è un onesto dischetto di (punk)rock e power pop, ma era lecito aspettarsi un risultato consono al lignaggio. 

 

Voto: 6.5/10
Massimo Perolini

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