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18 gennaio 2017 ,

The Kill Devil Hills

IN ON NEAR UNDER WATER

2016 - Bang! Records
[Uscita: 17/03/2016]

Australia     #consigliatodadistorsioni

 

L’oceano di fronte, 2.500 chilometri di deserto alle spalle. Perth, Australia, è davvero la metropoli più distante del pianeta. Cresciuta in mirabile solitudine, ha generato una delle scene musicali più interessanti e nascoste degli ultimi anni. Se tra gli ammazzavampiri affezionati a John Carpenter e Tarantino si stanno prepotentemente facendo strada i Datura4, da una vecchia gang indie a nome Gutterville Splendour Six si sono poi svincolate due solide, seppur misconosciute realtà quali i Drones ed  Kill Devil Hills. Un sestetto eclettico che ha saputo mescolare elettricità, post rock, psichedelia della depressione e il salmodiare, a tratti grandioso, del country di frontiera sotto la luce sinistra dei Birthday Party. Una Palm Desert ai tempi del generale Custer, in cui i Kyuss unplugged rivivono i tormenti di Willie Nelson e Jeff Buckley, con un riverbero southern tra ampie boccate di calumet dolciastro.

 

killdeBypassando in buona parte gli ultimissimi Drones “rappeggianti” di “Feelin Kinda Free” per riallacciare il sound grasso e penetrante del vecchio “Wait Long By The River And The Bodies Of Your Enemies Will Float By”, l’album procede con uno sviluppo quasi narrativo, preparando un finale imponente fatto di mid-tempo introspettivi e malinconici. The Nets apre come una sinfonia alternativa e colma di rumori: Dead C a spasso per il west. Poi, nel loro sonno tormentato, appaiono fantasmi dei Black Angels di “Passover”(I Am The Rut, I Am The Wheel), del clapping tribale di una danza apache perenne, attorno ad un falò che langue sotto le ceneri (Hydra), delle visioni thrilling dei primi Eagles Of Death Metal. E procedono con l’incedere stremato degli esuli di una guerra del terzo millennio, cullando tra le mani la strofa di una ballata folk che è l’unica scampata ai bombardamenti ed alle violenze. Valige vuote, ma almeno nessuno ha potuto portarsi via il ricordo di Syd Barret, di Donovan, di “Harvest” e della frustrazione di quegli eroi persi nei “crystal canyons” di Neil Young.

 

killdUn folk d’ambiente meditato, riflessivo; una nuova forma di talkin’ blues, che in realtà non è blues ma un roots-rock che ha radici differenti, di una frontiera altra da quella arcinota di “Indiani e Cowboy”, affine piuttosto al “tempo del sogno” degli aborigeni australiani, in grado di traghettare la memoria verso generazioni che non hanno trovato risposte nella ribellione, nella rabbia, nella noia; e sono affogate nelle profondità di tutti i blu della bellissima immagine di copertina dell’album.
killCome se il Cash di “Unerathed” fosse sbarcato in un territorio fatto di alt-folk, a bassa fedeltà, di macerie lasciate dal passaggio di uno slowcore primitivo depresso ma non vinto, del grunge di “Vitalogy” svuotato dalla sua pienezza rock e riempito di piccoli oggetti smarriti e recuperati lungo la strada. Spaziando fino al crescendo atmosferico e trasognato con viola, pianoforte e spazzole di Kid e The Long Goodbye, in un susseguirsi di immagini zeppe di nostalgia e non prive di dolce melodia, in attesa di un ultimo treno, che forse, chissà, passerà. Sooner or later... 

 

Voto: 8/10
Giovanni Capponcelli

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