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16 maggio 2017 ,

At The Drive-In

IN•TER A•LI•A

2017 - Rise Records
[Uscita: 5/05/2017]

Stati Uniti

 

Quando gli At The Drive-In erano l'avanguardia, rappresentarono una via colta alla musica dura, che raccoglieva quella forma rabbiosa lasciata in eredita dal grunge e dalle guerriglie dei Rage Against The Machine,  traghettandola verso un “math” per secchioni rockeggianti. La trama è ancora eccellente, ma quella “avanguardia” era il 2000 e, dopo appena 3 anni, il quintetto si scisse irrimediabilmente in due entità complementari. Ed ora questo comeback discografico (la band si era già riunita nel 2012 al Coachella Festival) arriva dopo 15 anni di Mars Volta e Sparta, eredi che hanno posto, i primi almeno, l'asticella nella tacca più alta dell'intellettualismo non fine a sé stesso. Certo che nel frattempo, l'embrione di tutto ciò, gli At The Drive-In appunto, è divenuto oggetto di culto. Che ora si rivela e si espone fin troppo, rinunciando un po’ ad un mistero che ne amplificava il mito.

 

L'impasto sonoro non cambia, la foga logorroica di Cedric Bixler-Zavala è immutata, ma una scrittura tanto obliqua e funambolica rischia sempre di esaurirsi in una ritmata dissonanza. Riprendendo il filo là dove era rimasto, è difficile non considerare questo “in•ter a•li•a” come un riflesso sbiadito di “Relationship of Command” (o di un gemello più controllato come “Porcelain”), che poi fu la summa e il sigillo della band.

Detto questo, avercene dell’inesauribile creatività di un Rodriguez-Lopez, della fluidità ipercinetica di Tony Hajjar; e pure le stucchevoli rime di Bixler-Zavala mantengono un apocalittico ermetismo da visione dell’ultimo giorno (confermate dai videoclip che accompagnano l’album), tanto estreme, verbose e dal lessico forzatamente ricercato e bizantino, quanto ancora singolari e vivide nel panorama («There's a woman eating her newborn under a tractor's frame»). A ciò si aggiunge la parte complementare e più melodica di sponda Sparta; non Jim Ward però, perché al posto dello storico membro at-thefondatore arriva Keeley Davis, che suonò giusto in “Threes” (era il 2007...). Insomma la scissione si ricompone, ma non del tutto.

E se non fosse per la storica label Rise Records, il rischio per l'album, prodotto da Rodriguez-Lopez, sarebbe l’inserirsi e perdersi nella lunghissima teoria degli attuali progetti del chitarrista portoricano. A cui per inciso va riconosciuta lucidità nel destreggiarsi in una ragnatela che sta diventando inestricabile tra presenze, comparsate e collaborazioni. Sperando che, dovendo salvare qualcosa, quello sia la partnership con Buzz Osborne e Dale Crover (Melvins) che ha sfornato un inaspettato e sontuoso album, “Crystal Fairy”, appena quattro mesi fa. Del drive-in, nel 2017, possiamo forse anche fare a meno. Di quello che hanno contribuito ad inventare, ormai 20 anni fa, di certo no. 

 

Voto: 6/10
Giovanni Capponcelli

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