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23 maggio 2016 , ,

Fumaça Preta

IMPUROS FANATICOS

2016
[Uscita: 08/04/2016]

Portogallo, Venezuela, Inghilterra    #consigliatodadistorsioni    

 

fumaca 20160112012628-b52ca9bc-4b07-4f30-b70d-88c49d86fdd0Ci eravamo già occupati nel 2014 in occasione dell'uscita del loro primo album di Fumaça Preta, strepitosa e folle band, e anche questo secondo disco “Impuros Fanaticos” non può non confermare quanto di buono avevamo scritto in quell'occasione. Il trio, di stanza ad Amsterdam, ruota intorno alla figura del produttore, percussionista e cantante portoghese-venezuelano Alex Figueira, accanto a lui gli inglesi Stuart Carter alla chitarra e tastiere e il bassista James Porch. Il disco è stato registrato anche  in tre diversi luoghi: fra i metalli di scarto in una fabbrica abbandonata in una zona desertica della Spagna, al confine fra Brasile e Venezuela durante un rito voodoo notturno e in una base militare abbandonata nella Repubblica Ceca. Luoghi ricchi di suggestioni magiche e popolati dai fantasmi delle precedenti esistenze che lì vissero e che certamente hanno lasciato tracce nella musica del terzetto, che si avvale dell'aiuto di altri musicisti al clarinetto, alla batteria, alle congas, e soprattutto di un nutrito numero di voci a svolgere la funzione di contraltare alla voce solista.

La prima definizione che viene in mente per la musica dei Fumaça Preta è quella di tribalismo, per la carica di selvaggia ritualità che la permea, ma i riferimenti sono molteplici: punk, trance, doom, psichedelia, metal, funk, jazz, cumbia, ma anche le atmosfere inquietanti e violente dei B movie, degli horror messicani, come nella canzone che dà il titolo al disco, un sabba schizzato che ci proietta in atmosfere torbide fra messe nere e riti voodoo mentre Figuera declama «Bevete il sangue fino alla fine/servite ai servi in un'affollata eucarestia». 

 

È davvero impresa impossibile descrivere una musica che sembra eruttare da un vulcano in piena ebollizione, ma certo che finiti di ascoltare i 38 minuti dell'album vi sembrerà di avervi trascorso un tempo molto più lungo, tanto intensi, estenuanti, ricchi di sorprese e suggestioni sono gli otto brani in scaletta. Così fra una delirante Baldoñero che infuria tra riff alla Black Sabbath e un'atmosfera alla Atomic Rooster e La Trampa che in meno di tre minuti esplode fra sonorità orientali alla Bollywood e una cumbia dissennata in salsa punk, c'è posto per Morrer d'Amor un incredibile fado del deserto dai toni morriconiani con la voce, solitamente selvaggia e bruta, fumaca banddi Figuera che si addolcisce nel romanticismo. Fra le influenze hip hop di Migaja e i riff nervosi, le impennate dei synth e il ritmo funk di Décimo Andar il disco si conclude con la splendida immaginifica A Serpente: il brano inizia come un desert rock intriso di psichedelia con un ritmo ipnotico e circolare e la voce  che si fa prima suadente per poi esplodere in un garage dai riff distorti e potenti, chitarre lancinanti, cupe linee di basso e synth paranoici.

Trentotto minuti di una trance tribale orgiastica, eccentrica ed eccessiva, che non conosce confini, anzi li travalica, li distrugge, perché confini, leggi, regole, consuetudini esistono solo per essere trasgrediti in una dimensione di anarchia e libertà nella quale l'uomo riscopre la sua vera natura primigenia. Un disco da mettere nello scaffale accanto ai Goat, agli Abayomy Afrobeat Orquestra, ai Sonido Gallo Negro, ai Meridian Brothers, Mbongwana Stars, ma nemmeno troppo lontano dalla dissacrante vena sovversiva di Frank Zappa. Magnifico.

 

Voto: 8.5/10
Ignazio Gulotta

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