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1 maggio 2017 , ,

Pallbearer

HEARTLESS

2017 - Profound Lore Records-Nuclear Blast
[Uscita: 24/03/2017]

Stati Uniti     #consigliatodadistorsioni

 

È una breve, ma immediatamente percepibile assolvenza in entrata che apre uno sdrucito sipario su I Saw The End, oggetto smarrito intagliato in roccia e metallo che funziona da arcana premonizione: «I saw the end of all tomorrows». Il quartetto di Little Rock, lontana città nel lontano Arkansas, prova ad ergersi a baluardo di una forma monumentale di stoner metal a passo lento; sette brani, un’ora di musica. Tortuosa, di tonalità profonda, con la melodia decadente di Cathedral e My Dying Bride sommersa dalla corrucciata epicità del sole rosso dei Neurosis di Steve Albini, da cui scaturisce la luce di uno spiraglio di grandeur che diresti scintilla di positività rimasta lì nascosta dagli anni ‘80.

 

Sono le due epopee dell’album che bastano ad incorniciare le notevoli qualità della band: il requiem per sogni di adolescenze infrante («dreams may try to grow in the dark»), con ampie parti strumentali alla Pelican, di A Plea For Understanding; e la lunga, spaziale, Dancing In Madness, macabra elegia di un guerriero sconfitto dalla vita più che dai nemici, introdotta da una nostalgica ouverture sostenuta dalle tastiere e da un soliloquio quasi pinkfloydiano, a dimostrare che fortunatamente, gli Inter Arma hanno un’eco anche al di fuori della Relapse. Il brano precipiterà in una smisurata marcia funebre, per poi incarnarsi in una rassegnata melodia acustica da cui risorge un coro armonizzato con gusto addirittura “pop”: qui sta tutta la maestria dei Pallbearer. Versatilità esasperata, e sempre ben esibita, tra sludge, prog ed armonia vocale da pop per Mtv, imbrigliata nella ragnatela delle “twin guitars” di Devin Holt e Brett Campbell, che sanno scatenare uragani metallici come acquietarsi in esausti trasognati intarsi acustici, percorrendo i labirinti dei Rush di “A Farewell to Kings” con l’esuberanza volumetrica del doom e la barba incolta dei filosofi del metal alternativo anni 2000.

 

Più meditato e maturo della pregevole impudenza spianata nel precedente “Foundations Of Burden” (2014); eppure fragile e umbratile, un enorme corpo nodoso, esposto alla Natura, alla sofferenza, al disincanto che trascende nella rabbia, per poi cercare una pacificazione sofferta ma aperta alla speranza. «Our lives, our homes and our world are all plumbing the depths of utter darkness, as we seek to find any shred of hope we can.» («Le nostre vite, le nostre case e il nostro mondo sono tutti piombati nella profondità delle tenebre, così cerchiamo di trovare ogni brandello di speranza possibile») dichiara il gruppo all’uscita dell’album. Un ascolto con cui gli appassionati del rock più robusto dovrebbero ben fare i conti. 

 

Voto: 8/10
Giovanni Capponcelli

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