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3 luglio 2013

Arborea

FORTRESS OF THE SUN

2013 - ESP Disk
[Uscita: 30/04/2013]

arboreaQuesto disco è un inno alla fragilità, alla delicatezza, una musica che profuma di antico, del dolce stormir delle foglie, di paesaggi agresti dai dolci declivi punteggiati da fiori profumati e coloratissimi, odora della verzura dei boschi e dei profumi inebrianti delle resine, di ruscelli gorgoglianti, ma anche di ombre e luoghi oscuri e tormentati. Ma la fragilità della musica degli Arborea è simile a quella soltanto apparente della tela del ragno: ha lo straordinario potere di incantare e ammaliare, i suoni sovente ripetuti ipnotizzano l’ascolto in una dimensione di bucolica psichedelia misticheggiante, la musica si diffonde quieta, lenta come un placido fiume nelle grandi pianure, rompendo le barriere del tempo e dello spazio e a noi non resta altro che naufragare felici nel mare in bonaccia delle note. Il duo formato da Buck e Shanti Curran - sono marito e moglie vivono nel Maine - ha debuttato nel 2006 e ora è giunto al quinto disco; la loro musica è un avant-folk psichedelico, con radici nella musica folk americana e nel brit folk, si sentono echi di Pentangle, Incredibile String Band, Bert Jansch; molti gli strumenti usati prevalentemente acustici, ma anche elettrici, i brevi inserti della chitarra elettrica sottolineano i momenti di maggior irrequietezza, anche se bisogna dire che le canzoni degli Arborea non puntano certo sul mutamento e sull’evoluzione, ma su una struttura circolare che si basa sui drones e sul fingerpicking della chitarra di Buck che trae ispirazione da maestri come Robbie Basho e John Fahey.

 

arboreaBuck suona le chitarre, banjo, flauto, sawing fiddle, seconda voce, mentre Shanti oltre al canto si cimenta con banjo, banjimer, un ibrido fra banjo e dulcimer, harmonium, ukulele, sawing fidale e dulcimer, ospiti in qualche brano suonano il basso e la batteria. Come si vede l’affiatata coppia fa quasi tutto in proprio, dalla scrittura delle musiche, alla produzione al mixaggio. E il risultato non può che essere un album estremamente personale, intimo, frutto del vagabondare nella natura più recondita e selvaggia del Maine, ma anche un po’ ostico, criptico: il duo non fa nulla per venire incontro al pubblico, il disco è come uno scrigno per la cui apertura è necessario trovare la formula segreta; una volta entrati nel mondo ancestrale e mistico degli Arborea per il vostro spirito sarà un balsamo benefico contro quello che una vecchia pubblicità chiamava il logorio della vita moderna. Nella riuscita del disco, 8 canzoni per poco più di trenta minuti, un ruolo fondamentale ha la voce di Shanti, accostabile a quella delle cantanti folk inglesi, ma  possiede un che di scuro e misterioso che rende le sue melodie così particolari e avvolgenti, fra dolcezza, tremore e sensualità: sembrerebbe la voce fuoriuscita misteriosamente da una leggiadra fanciulla di un quadro preraffaellita. Come atmosfere non siamo poi lontani da “The Dusted Sessions” dei Date Palms, ma negli Arborea la presenza della voce addolcisce l’ipnosi della trance strumentale.

 

Voto: 7/10
Ignazio Gulotta

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