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12 ottobre 2015

My Dying Bride

FEEL THE MISERY

2015 - Peaceville Records
[Uscita: 18/09/2015]

Inghilterra  

 

wH8KQDlVi sono opere che istituiscono una comunità di ascoltatori e in questo evento coloro che erano lì in attesa lo apprendono solo a posteriori. Da almeno quattro lustri e una dozzina di lavori illustri My Dying Bride è lì a creare il futuro anteriore in cui un genere esiste e produce i suoi interpreti. Nel 1993 “Turn Loose the Swans” istituisce senza alcun dubbio una sensibilità nuova e al tempo stesso i confini di quella stessa sensibilità: gli strumenti critici nascono insomma insieme alla materia da criticare. Gli stessi My Dying Bride ne sono ampiamente consci e solo così possiamo capire la riscrittura in quello stesso anno e in quello stesso album di Sear Me MCMXCIII, un brano comparso solo un anno prima nel loro disco d’esordio.

Nel 2015 i My Dying Bride provano a giocare ancora con la potenza dei generi e dei canoni riscrivendo ss stessi a partire da quella fenditura Doom-Death Metal che essi stessi hanno contribuito ad aprire. Ci sembra questa l’operazione che sorregge al fondo tutto il lavoro compositivo e concettuale di “Feel the Misery”, ultima creatura a grana fine della band di Halifax: una sorta di interpretazione infinita e abissale della propria storia. Facciamo fatica allora a non riconoscere l’abituale eleganza delle linee vocali di Aaron Stainthorpe che radicalizza l’uso della modulazione vocale lamentevole applicandola anche a brani dalla robusta sostanza ritmica e rendendola uno strumento a sé come testimonia And My Father Left Forever, in cui la formula classica My Dying Bride convive con alcune soluzione sperimentate negli ultimi 20 anni.

 

1280x720È così che violino e voce duettano stridendo a più riprese o che spesso con un controllo notevole dell’espressione si ritrovino a stonare di mezzo tono succhiando tutta l’armonia in un buco nero istantaneo. Nella successiva e magniloquente (ci aggiriamo come per il brano precedente intorno ai 10 minuti di durata) To Shiver In Empty Halls la quantità di materia doom prevale nettamente su ogni altra attitudine invadendo ogni anfratto sonoro. Ciò che non cesserà mai di stupire è la forza con la quale ogni composizione dei My Dying Bride, anche le meno riuscite, riesce ad essere spazzata da continue folate di vento che ne cambiano i colori e gli umori; non è questione di tempi ma di una certa tempestività nel porre le questioni nell’ordine del pentagramma.

Complessivamente il gradiente di struggimento è piuttosto elevato e i temi di chitarra e violino continuano a solleticare potenti i vasi lacrimali di una intera generazione seguendo il segno già tratteggiato con il precedente “A Map of All Our Failure” e una boria di tenebra vagamente sopra le righe. Si confronti a proposito il vagito iniziale di Feel the Misery e l’inconfondibile pennata randellante del ritrovato chitarrista Calvin Robertshaw.

 

A differenza di ogni altro lavoro dei My Dying Bride in questo “Feel the Mysery” è possibile rintracciare una quantità di atmosfere e vene compositive mutuate direttamente dal pop e dalla dance di 40 anni fa. Prendete un insolente synth qualsiasi del 1979, rallentate fino alla Inferno_15_MyDyingBridedestituzione di ogni tentazione alla vita e all’ancheggiamento: avrete così il piano di A Thorn Of Wisdom o di I Almost Loved You.

Si arriva così all’osanna di Whitin A Sleeping Forest scandito all’unisono da una critica e da un pubblico incomprensibilmente in estasi per questo frullato di maniera che affastella alla rinfusa tutti i luoghi del My Dying Bride pensiero in una sola pappa gigiona di oltre 10 minuti. Ovviamente il tutto è cupissimo come d’ordinanza e senza meno epico come pare non si possa non affermare di qualsiasi cosa downloadrisibilmente pomposa in ambito metal. Tuttavia la cosa più malinconica – involontariamente - è la sostanza vocale zuzzurellante tra il growl e il clean come la regola dei tempi nuovi impone. Una prova solida e deludente al tempo stesso. Consigliato vivamente a chi è in cerca di cupe certezze, almeno quelle, nel quotidiano affanno: non è tanto la scure esistenziale ad affascinare, ma la sua terrea inesorabilità. Che non si esca vivi dagli anni ’80 è verità nota anche al meno sveglio tra gli italici ascoltatori. Dai ’90 sì. È tutto qui il problema.


Voto: 6.5/10
Luca Gori

Foto 3: di Stig Pallesen

 

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