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17 agosto 2015 , ,

Nadine Shah

FAST FOOD

2015 - Apollo-R&S Records
[Uscita: 06/04/2015]

Inghilterra   #consigliatodadistorsioni     

 

nadine_shah_fast_foodIl nostro è un tempo senza memoria, un buco nero la cui forza magnetica attira il futuro di ciò che non conosceremo mai, riducendolo in frammenti di uno specchio che prima ci restituiva l'immagine di noi stessi e della nostra umanità. In questo processo di graduale disumanizzazione, il dolore e la passione sono gli unici fenomeni che danno prova del nostro esistere in questo eterno presente, rappresentando l'unica barriera da contrapporre ad una dispersione di massa delle coscienze. “Fast Food” è il nuovo intenso album di Nadine Shah, musa nera per tempi ferali, sacerdotessa postmoderna che canta la nuda vita, quella che non teme di mostrare la geografia delle proprie ferite sulla carne, anche a costo di sembrare feroce, così come nella copertina che la raffigura con uno squarcio da cui sgorga un sangue denso. La trama dei brani è permeata da una lentezza ipnotica e scheletrica che ruota attorno alle pulsazioni del basso sul quale si adagia il tempo segnato da un drumming metronomico e da una chitarra secca e tagliente come il riverbero di una lama sulla pelle. Fast Food è un disco pop che riluce di una livrea gotica e decadente, dalle tipiche tonalità new wave e sostenuto da una notevole scrittura dei brani attraversati da una latente ma costante elettricità. 

 

Ma è la voce della cantante di Whithburn a fare la differenza, così ieratica e profonda al punto da assumere una timbrica androgina le cui vibrazioni sono della medesima frequenza emotiva di Antony Hegarty e che insuffla vita nel corpo dei dieci brani dell'album, come in una sorta di quadratura del cerchio. Tutti gli ingredienti di questa mistura affascinante sono presenti già nell'iniziale title track, con le nuances di un cantato che si fa mesmerico e che asseconda un andamento marziale prima di concedersi ad un'apertura shawbellissima. Con Fool si è nei pressi dei territori claustrofobici dei Joy Division, la linea di basso si fa ossessiva e martellante e tutto sembra imprigionato in un bozzolo destinato ad esplodere, così come nell'innodia metallica di Matador in cui Nadine sembra raccontare una di quelle storie che fanno paura ai bambini. Con Divided si raggiunge l'apice di intensità dell'album, la dolcezza della voce si mescola con la durezza del disincanto, dando vita ad un ritornello che disintegra ogni resistenza in un brano che crediamo rimarrà a lungo nel repertorio live della Nostra. Dopo l'interlocutoria Nothing Else To Do, ci si imbatte nella triade micidiale costituita da Stealing Cars,la canzone per cui Brian Molko dei Placebo venderebbe l'anima al diavolo, Washed Up e The Gin One, entrambe debitrici dello spleen di Ian Curtis. Fast Food, che fa il paio con “Abyss” di Chelsea Wolfe, altra uscita importante di quest'anno, è un disco che si disvela appieno solo dopo varie frequentazioni, come in una piccola progressiva conquista che ci farà capire come anche il buio possa avere infinite sfumature.

Voto: 7.5/10
Giuseppe Rapisarda

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