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19 giugno 2013

The Phoenix Foundation

FANDANGO

2013 - Memphis Industries/Goodfellas
[Uscita: 29/04/2013]

The Phoenix Foundation, “Fandango” (Memphis IndustriesThe Phoenix Foundation è oramai assurta a band istituzionale e rappresentativa dell’espressione musicale della Nuova Zelanda. Il combo di Wellington è attivo dal 1997 e giunge con “Fandango” al suo quinto album. Una produzione ben scansionata negli anni e sempre qualitativamente elevata e ben accolta a livello di critica, affiancata da molte collaborazioni e lavori solisti di ciascuno dei suoi componenti. Il buon rapporto con i Finn Brothers e con gli stessi Split Enz, nonché la partecipazione ufficiale al Warner Music Festival nel 2007, in occasione dell’uscita del loro “Happy Ending”, li ha portati ad essere molto spesso associati al filone rappresentato dalla mitica Flying Nun Records e al Dunedin Sound. In realtà si cadrebbe nel capzioso a voler intravedere, anche solo lontanamente, alcuni di questi stilemi tipo l’etica DIY, le combinazioni travolgenti con certa eterea psichedelia o men che meno il progressive che si dipana da melodiose strutture folk, nella musica dei TPF. Piuttosto l’elemento accomunante può essere senz’altro quello della pop soffice, un paragone che però si esaurisce nell’indubbia constatazione che la Phoenix Foundation sviluppa tutti i suoi spunti (sia percussivi che elettronici) come sfumature periferiche intessute intorno ad un tema centrale che tende a rimanere pressoché invariato. Rigidissima la costruzione melodica sul tempo regolare. Da qui appare chiaro che nell’arco degli anni la band non sia riuscita a conferire spessore e nerbatura alle seppur buone e curatissime produzioni.

 

In quest’ultimo lavoro addirittura si assiste ad una diluizione atmosferica che si avvicina all’ambient, con pennellate squadratissime e spesso stucchevoli, rifiniture che invece di accrescere tensione drammatica finiscono per propendere al melenso. Il risultato sono quasi 77 minuti di musica che non raccontano emozione, che non catturano nessun lampo di visionarietà ed eccentricità ma vanno a normalizzare e limare ciò che è pura e banale melodia. Black Mould si schiude su ritmiche di chitarra e sintetizzatore che ci riportano al kiwi pop dei Crowded House, decisamente easy listening Modern Rock, decisamente mosci e fiacchi pezzi come Corale e Thames Soup, decisamente imbarazzante Supernatural. Meno sottotono la ballata sciropposa The Captain, vicina alle atmosfere sintetiche new wave Evolution Did. Inside Me Dead tenta di sbiadire e slavare ulteriormente i colori con il jangly chitarristico usato a mo’ di defibrillatore. A mettere la ciliegina sulla torta di un’ovvia deduzione di spudorata ambizione sono certamente i quasi diciotto minuti di Friendly Society. Un tribal ambient snaturato e tirato a lucido con forse la non secondaria complicità della new entry alla batteria (Chris O’Connor ha sostituito, durante le sessioni di registrazione, Richie Singleton). Mentre stai ancora chiedendoti dove cercano di andare a parare con queste trovate spiazzanti, che dire sorpassate è dire poco, in questi equilibri discutibilissimi tra freak out e chill out (il clapping finale di Sideways Glance suona quasi come l’abbaiare molesto di un cane che disturba il dormiveglia da post abbuffata) arriva la mazzata finale. Allora veramente ci si chiede quali possono essere gli intenti e soprattutto le reali aspirazioni di gruppi che riescono a perdersi in modo tanto indolente lungo il cammino. La risposta può essere solo una: mancanza d’ispirazione, mancanza di anima, di palpito. Poi chissà perché nel gioco delle associazioni ti viene in mente l’anemica ordinarietà degli eroi senza macchia dei telefilm americani, ti viene in mente MacGyver ed allora, pensando che il loro nome si rifà proprio a quella serie, riesci finalmente a spiegarti tutto.

Voto: 5/10
Romina Baldoni

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